Ricordate Il mistero della pietra azzurra? La storia di un anime massacrato in Italia

C’è una generazione (quella dei gloriosi anni ’90, che periodicamente celebriamo con appositi post nostalgici) che Il mistero della pietra azzurra se lo ricorda come un cartone strano, irregolare, a tratti irritante. Un’avventura con sottomarini e ladri pasticcioni, una protagonista capricciosa, una trama che sembrava perdersi proprio quando stava diventando interessante. Ed è qui il punto: in Italia, quell’anime non è mai arrivato davvero nella sua forma originale.

Perché Fushigi no Umi no Nadia non nasce affatto come un prodotto ingenuo per bambini. Va in onda in Giappone nel 1990, nel momento esatto in cui l’animazione televisiva sta cambiando pelle: meno linearità, più ambiguità morale, una complessità psicologica che fino a pochi anni prima sarebbe stata impensabile in una serie pomeridiana. Nadia si inserisce in questa frattura storica con una forza che ancora oggi sorprende.

Le sue radici affondano molto più indietro. A metà anni Settanta Hayao Miyazaki, allora lontano dall’essere il nome-simbolo dello Studio Ghibli, sviluppa per Toho un progetto ispirato a Jules Verne: due orfani in fuga, il Capitano Nemo, il Nautilus, una tecnologia che profuma di meraviglia e inquietudine. Il progetto non va in porto, ma quel nucleo narrativo resta vivo. Migra, si trasforma, riaffiora in Conan il ragazzo del futuro e soprattutto in Laputa – Castello nel cielo. Nadia nasce da lì, da un’idea mai davvero abbandonata.

Quando la NHK decide di produrre la serie, lo scheletro immaginato da Miyazaki viene affidato a Gainax e a Hideaki Anno. Ed è qui che il tono cambia. L’avventura resta, ma si scurisce. Il mito si fonde con la fantascienza, la meraviglia lascia spazio al dubbio, la tecnologia smette di essere neutra. Atlantide non è una leggenda romantica, ma il residuo di una civiltà aliena; la Torre di Babele non è un simbolo biblico astratto, bensì un’arma. Sotto la superficie, Nadia parla di colonialismo, di dominio, di scienza usata come strumento di oppressione.

È anche una serie profondamente personale. Nadia, con il suo rifiuto della carne, la diffidenza verso gli adulti, l’ostilità verso un mondo violento e ipertecnologico, anticipa in modo quasi imbarazzante il disagio esistenziale che Anno esploderà qualche anno dopo con Neon Genesis Evangelion. Non a caso, lo stesso character designer Yoshiyuki Sadamoto ha più volte sottolineato come Shinji Ikari sia, visivamente e psicologicamente, una sorta di riflesso maschile di Nadia.

Eppure, la produzione de Il mistero della pietra azzurra è un campo minato. Gainax lavora senza una struttura industriale solida, con un budget insufficiente e una pressione crescente da parte dell’emittente. Quando la NHK chiede di allungare la serie fino a 39 episodi, il sistema collassa. Anno è stremato, delega parte della regia, entrano studi esterni. Nasce così il famigerato blocco centrale: episodi tecnicamente deboli, narrativamente fuori fuoco, che tradiscono lo spirito originale della serie. Non a caso, anni dopo, lo stesso Anno li rinnegherà quasi del tutto.

In Italia, però, il danno vero arriva con la messa in onda del 1991. Il mistero della pietra azzurra (anche noto come Nadia – Il mistero della pietra azzurra) viene adattato come un cartone per bambini: censure, dialoghi semplificati, termini filosofici eliminati, nomi cambiati. Episodi fondamentali saltati. Il risultato è una storia monca, spesso incomprensibile, privata dei suoi snodi emotivi. Un’opera adulta costretta dentro una cornice che non le appartiene (ma in Italia con i cartoni animati provenienti dal Giappone non è cosa rara accada ciò).

Solo nel 2003, con l’edizione integrale di Yamato Video, il pubblico italiano ha finalmente accesso alla serie completa e a un adattamento più fedele. Ed è lì che l’affascinante (per orde di ragazzini) Nadia si ricompone. Diventa ciò che è sempre stata: un’anomalia potente, imperfetta, modernissima. Un’anime sfortunato, sì. Ma anche uno dei tasselli fondamentali per capire come siamo arrivati fin qui.

Forse è stato massacrato. Di certo, è stato frainteso. E proprio per questo merita di essere rivisto oggi, in una maniera filologicamente valida.


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