Film accelerati al cinema: in Canada proiettano i lungometraggi a 1.5x per “adattarsi” ai giovani

“Live Fast Die Young” nel corso degli anni è diventato una sorta di motto. Nato dalla penna di Willard Motley, autore della novella Knock on Any Door — poi diventata un film con Humphrey Bogart — col tempo è stato assorbito dalla cultura pop, dal rap, dall’estetica della velocità a ogni costo. E forse stiamo iniziando a prendere quel motto un po’ troppo alla lettera, specie nella prima parte.

La sensazione è che qualsiasi esperienza debba ormai essere compressa, ottimizzata, accelerata. Video più brevi, riassunti automatici, podcast ascoltati a velocità aumentata, serie TV guardate mentre si controlla il telefono (anche il multitasking in tal senso non ha fatto benissimo).

Adesso anche il cinema sembra iniziare a piegarsi a questa logica.

In Canada, durante il festival Rendez-vous Québec Cinéma (RVQC) di Montreal, è stata organizzata una proiezione particolare del film Amour apocalypse di Anne Émond, conosciuto in inglese come Peak Everything. La pellicola, che nella sua versione originale dura circa 100 minuti, è stata mostrata al pubblico in versione accelerata a 1.5x, riducendo così la durata complessiva a 66 minuti.

Il festival di Montreal e i “lungometraggi meno lunghi”

L’iniziativa è stata presentata con il nome di Les Moins Longs Métrages, traducibile più o meno come “I lungometraggi meno lunghi”. L’obiettivo dichiarato dagli organizzatori era semplice: provare ad avvicinare un pubblico giovane, considerato sempre più abituato ai ritmi veloci dello streaming e dei social network.

La proiezione si è svolta il 25 aprile scorso all’interno del festival RVQC, una manifestazione dedicata al cinema del Québec. La scelta ha inevitabilmente attirato attenzione e discussioni, anche perché il concetto stesso appare piuttosto insolito: modificare il ritmo di un film per renderlo più compatibile con le abitudini contemporanee di consumo.

Secondo quanto riportato da La Presse, l’idea nasce dalla convinzione che le nuove generazioni abbiano meno pazienza nei confronti delle opere cinematografiche tradizionali e che, per riportarle in sala, sia necessario “accorciare” l’esperienza.

Il paradosso, però, è evidente. Da una parte si cerca di promuovere il cinema locale e d’autore; dall’altra lo si altera nel suo elemento più basilare: il tempo. Un film non è soltanto una sequenza di immagini o una trama da assimilare nel minor tempo possibile. Il ritmo fa parte della regia, della scrittura, della tensione narrativa e perfino del silenzio.

Accelerare una scena significa inevitabilmente modificarne l’effetto. Una pausa diventa meno pausa, un dialogo perde respiro, un’inquadratura smette di sedimentarsi. Vale per una scena drammatica come per una comica o una contemplativa.

Il problema non è la durata ma il rapporto con l’attenzione

La questione, in realtà, va probabilmente oltre il cinema. Se la capacità di focus delle nuove generazioni — e non solo, anche quella dello scrivente — sembra diminuire sempre di più, devastata dall’utilizzo costante di quella sorta di slot machine neurale rappresentata dai social media e dai contenuti ultra-brevi, pensare di venire incontro a queste difficoltà cognitive accelerando ulteriormente tutto non sembra esattamente una soluzione brillante.

Anzi, il rischio è l’opposto: adattare qualsiasi forma culturale alla soglia d’attenzione più fragile disponibile, contribuendo così a renderla ancora più fragile.

La cosa curiosa è che il problema raramente sembra riguardare il tempo in sé. Milioni di persone trascorrono ore davanti a video verticali, live streaming, serie mediocri o scrolling infinito. Non è quindi automatico che un film da cento minuti sia “troppo lungo”.

Il punto sembra piuttosto essere un altro: la difficoltà crescente nel mantenere un’attenzione profonda su qualcosa che richieda immersione e continuità. Il cinema, storicamente, è stato anche questo. Entrare in una sala significava accettare il tempo dell’opera.

Per questo l’esperimento canadese ha fatto discutere così tanto. Non tanto per i 34 minuti “risparmiati”, ma per il principio che rappresenta. L’idea che qualsiasi forma artistica debba ormai piegarsi alla logica dell’iperstimolazione permanente.

Ed è forse qui che nasce il vero interrogativo: stiamo cercando nuovi spettatori oppure stiamo semplicemente addestrando un pubblico che non riesce più a restare fermo davanti a nulla?


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