Per NonSolo.TV non sei un numero.
E per questo proviamo ancora a fare una cosa che oggi sembra quasi fantascienza: scrivere articoli pensati per esseri umani e non soltanto per gli algoritmi.
Se apprezzi questo approccio, puoi:
Enzo Iacchetti non le ha mandate a dire, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa: “Striscia è morta, l’hanno uccisa. Come l’Uomo Ragno”.
Una lodevole citazione degli 883, ma in questo caso il mandante non sarebbe stata un’industria di caffè, ma i piani alti dell’azienda che prima di allora aveva fatto andare avanti il programma per quasi 38 anni – una cifra monstre per la televisione (sono pochi – pochissimi – i programmi che possono vantar euna longevità minimamente paragonabile).
Intervistato da Luca Sommi per la rassegna Dedalo (che si tiene a Parma a fine giugno – ma il cui video è stato pubblicato su YouTube soltanto un paio di giorni fa), l’ex conduttore ha sparato a zero sulla cancellazione del tg satirico, dipingendo Mediaset come il cattivo di turno che ha sacrificato due milioni di spettatori sull’altare della Ruota della Fortuna di Gerry Scotti (che di spettatori ne fa più del doppio).
La logica commerciale, va detto, è spietata ma non fa una grinza (ahinoi, ahiloro): se un format ne porta cinque e l’altro si ferma a due, la scelta in un’azienda che deve fatturare è quasi obbligata (la colpa probabilmente è del capitalismo, ma cosa possiamo farci?).
Iacchetti dal canto suo ha provato a difendere il comunque ragguardevole risultato di Striscia: “Due milioni sono venti volte lo stadio Maracanà”. Vero. Ma in televisione non si vendono iconici stadi sudamericani, si vendono occhi incollati allo schermo per gli spot. E quegli occhi, stagione dopo stagione, stavano scappando.
Se guardiamo l’andamento degli ascolti in questi trentotto anni, il quadro è infatti chiarissimo: c’è stato un boom pazzesco tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila (durante la stagione 2002-2003 si raggiunse il record: 8,8 milioni di spettatori e il 32% di share – in quella fascia oraria, un italiano su tre guardava il Gabibbo) ma poi iniziata un’emorragia. Lenta, costante, inesorabile.
Negli ultimi anni il crollo è diventato evidente: si è passati dai 3,2 milioni del 2023 ai 2,8 milioni della scorsa stagione. Fino all’ultimo, disperato esperimento del 2026 in prima serata: 140 minuti di programma per raccogliere 1,9 milioni di spettatori e un misero 12,7% di share. E proprio riguardo il tentativo in prima serata è arrivata l’altra bordata dell’ottimo Enzino.
Striscia, il flop in prima serata e il problema degli ospiti (inesistente)
E durante la chiacchierata s’è quindi parlato delle ultime cinque puntate, definite un “esperimento” destinato al fallimento. Iacchetti racconta di essersi guardato addosso, insieme a Greggio, “vestiti come due pinguini”, chiedendosi dove fosse l’ospite di peso – in quel programma in prima serata che sarebbe dovuto essere più varietà che tg satirico.
Queste, più o meno testuali, le parole di Iacchetti:
“Ci hanno messo un po’ in situazioni di difficoltà, finché ci hanno dato queste cinque puntate. Si trattava di un varietà misto a informazione. Sembrava un esperimento, ma quando io e Greggio ci siamo guardati vestiti come due pinguini abbiamo detto: ‘Mmmmhhh…chi è l’ospite?’. Pensavo ci dessero un ospite che ha vinto Sanremo. No, Albano. Con tutto il rispetto. Tutta una roba che ci faceva calare di puntata in puntata”.
Il problema è che la memoria fa brutti scherzi perché in quelle cinque puntate, di ospiti, ne sono passati parecchi – ma non sono serviti a risollevare le sorti del programma gonizzante: ci sono stati Alessandro Del Piero, Ficarra e Picone, Christian Vieri, Lorella Cuccarini, Gianluigi Nuzzi, Lillo e c’è stato spazio pure per un Tapiro a Fiorello e per Maria De Filippi trasformata in giustiziera dei parcheggiatori abusivi.
Non mancavano i nomi. Mancava l’idea.
Iacchetti avrebbe voluto / vorrebbe un tg satirico vicino alle origini – meno politically correct, più incisivo, capace di rompere le scatole come ai vecchi tempi. Per questo non c’entrano nel fallimento gli ospiti ma il progressivo appiattimento su rubriche anacronistiche e sketch che sapevano di muffa già da tempo.
Ma quanto fatto – e non solo per colpa dei vertici, ché comunque dietro il programma c’era un entourage di autori – è andato in un altro senso: invece di accorciare il format, pulire le gag e tornare a un’informazione satirica che morde, si è preferito allungare il brodo, snaturando il prodotto – che iniziava a risultare vecchio (in barba all’abuso dell’IA e alle rubriche “young” curate da esperti di tecnologia tutt’altro che young) e che se non aveva un problema, certamente non aveva un problema di lunghezza.
Mediaset così non ha potuto fare altro che staccare la spina. Non è stato un omicidio, ma un’eutanasia.