Perché Gwyneth Paltrow è stata lontana dai set per ben sette anni (e perché è tornata)

Gwyneth Paltrow e il ritorno al cinema dopo sette anni: il racconto di una pausa necessaria, tra famiglia, identità e un nuovo inizio a Hollywood.

Gwyneth Paltrow è tornata a Hollywood. Ma il punto non è il ritorno in sé: è il percorso che lo ha reso possibile. Dopo quasi sette anni lontana dai set — e oltre quindici dall’ultimo ruolo davvero centrale al cinema — l’attrice premio Oscar (nel 1999 come migliore attrice per Shakespeare in Love) ha deciso di rimettersi davanti alla macchina da presa con Marty Supreme, film con Timothée Chalamet che al botteghino ha ottenuto 95 milioni a fronte di 65 milioni di budget.

Per lungo tempo si è parlato del suo “ritiro”, come se fosse stata una fuga o un capriccio. In realtà, ascoltandola oggi, emerge una narrazione diversa: quella di una donna che ha scelto di fermarsi perché non sapeva pià chi fosse. Paltrow lo ha spiegato con lucidità durante una puntata di Actors on Actors di Variety con Jacob Elordi, pubblicato su YouTube circa un mese fa. Quando aveva vent’anni — ha raccontato — recitare le provocava una solitudine profonda. Viaggi continui, identità ancora fragile, nessun centro di gravità stabile. Non era pronta, non si conosceva abbastanza. Aveva bisogno di crescere.

Quel processo di crescita è passato prima dalla famiglia e poi dal lavoro imprenditoriale. Con Chris Martin ha avuto due figli, Apple e Moses; con l’attuale marito Brad Falchuk è diventata anche matrigna di Izzy e Brody. Intanto, lontano dai riflettori del cinema, nasceva Goop, un progetto che l’ha assorbita completamente e che le ha permesso di costruire un’altra versione di sé: meno dipendente dallo sguardo esterno, più autonoma, più concreta.

Per anni questo equilibrio ha funzionato e così la recitazione non l’è mancata davvero. Non era un desiderio represso, né un vuoto da colmare, almeno fino a quando qualcosa non è cambiato. I figli sono cresciuti, hanno lasciato casa, e quello spazio improvvisamente libero ha prodotto un effetto inatteso. Paltrow lo descrive senza retorica: uno shock, quasi un disorientamento identitario. La domanda “chi sono?” è tornata a farsi sentire, ma in una forma nuova, più adulta, forse ancora più urgente.

È in questo momento che arriva la proposta di Marty Supreme. Non come nostalgia, non come operazione-rientro, ma come incontro. L’incontro con il regista Josh Safdie e con un progetto che le ha ricordato un certo modo di fare cinema, quello degli anni ’90 (gli anni del suo prime): meno calcolato, più viscerale, più rischioso. Un cinema che, parole sue, “vale la pena di fare”.

È importante notare cosa Paltrow non dice. Non parla di “richiamo irresistibile della recitazione”, né di passione mai sopita, né boutade retoriche analoghe. Anzi, in un’intervista recente a The Hollywood Reporter è stata piuttosto netta: non è stato “il morso dell’insetto della recitazione” a riportarla sul set. È stato il vuoto lasciato dai figli, e il bisogno di riorientare la propria vita.

Quel vuoto, però, non l’ha spinta a replicare il passato. L’ha costretta a interrogarsi sul presente: dove vivere, come vivere, in quale direzione muoversi. Un passaggio che lei stessa definisce “profondo”, quasi destabilizzante. E forse è proprio per questo che il ritorno ha funzionato. Perché non nasce da una mancanza artistica, ma da una trasformazione personale già avvenuta.

Il segnale definitivo è arrivato quindi il primo giorno di riprese. Paltrow ha raccontato di aver vissuto una sensazione strana, inattesa: non ansia, non nostalgia ma una certa eccitazione. Una parola che non usava da tempo in relazione al suo lavoro di attrice. In quel momento capisce che sì, può tornare. Non perché deve, ma perché vuole davvero.


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