Rodney Alcala, il serial killer che vinse un appuntamento in TV: la storia vera dietro Woman of the Hour


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Forse dovremmo lanciare una rubrica sul lato oscuro della televisione. Se non fosse che rischierebbe di diventare una delle tante nostre geniali idee alle quali poi non diamo seguito.

Dopo aver raccontato la vicenda di Miriam Rivera, protagonista di un reality costruito intorno alla sua identità di donna trans e morta nel 2019 in quello che fu classificato come un suicidio (una ricostruzione mai accettata dal marito), oggi parliamo di Rodney Alcala. Un uomo che nel 1978 si presentò davanti alle telecamere di un popolare programma televisivo statunitense, rispose a qualche domanda ammiccante e vinse un appuntamento con una concorrente.

Il dettaglio trascurabile era che Alcala fosse un violentatore già condannato e un assassino seriale nel pieno della propria attività. Al momento della registrazione erano già avvenuti cinque degli omicidi per i quali sarebbe stato successivamente riconosciuto colpevole.

Il concorrente numero uno di The Dating Game

Nel settembre del 1978 Rodney Alcala aveva 35 anni, i capelli lunghi, un sorriso piuttosto sicuro e si presentava come fotografo. Fu scelto per partecipare a The Dating Game, programma nato nel 1965 e costruito intorno a un meccanismo semplice: una donna doveva scegliere fra tre uomini che non poteva vedere, affidandosi esclusivamente alle loro risposte.

Una specie di appuntamento al buio, ma con un pubblico in studio e le risate registrate al momento giusto.

Alcala era il “concorrente numero uno”. Il conduttore Jim Lange lo presentò come un fotografo di successo appassionato di paracadutismo e motociclismo. Dall’altra parte del pannello c’era Cheryl Bradshaw, che a un certo punto gli domandò che cosa sarebbe stato se lei lo avesse servito a cena.

«Mi chiamano la banana e sono molto appetitoso», rispose Alcala. Quando Cheryl gli chiese di spiegarsi meglio, lui aggiunse: «Sbucciami».

Il pubblico rise. Lei scelse proprio lui.

Il premio non era il viaggio a Carmel mostrato nel film, ma comprendeva lezioni di tennis e biglietti per il parco divertimenti Magic Mountain. Poco importa: l’appuntamento non ci fu mai. Una volta incontrato Alcala senza più il pannello a separarli, Cheryl avvertì qualcosa che durante il programma non aveva potuto vedere. Chiamò la produzione e disse di non voler uscire con quell’uomo perché lo trovava inquietante.

Anche Jed Mills, uno degli altri concorrenti, aveva avuto la stessa impressione. Raccontò che, dietro le quinte, Alcala gli si era avvicinato dicendo: «Io riesco sempre ad avere la mia ragazza». Una frase che avrebbe assunto un significato decisamente diverso qualche anno più tardi.

Due condanne prima dell’apparizione in televisione

La storia diventa ancora più assurda se si considera che Rodney Alcala non era un uomo sul quale non esistessero informazioni. Il suo passato criminale era già abbastanza corposo.

Il 25 settembre 1968 un automobilista lo vide convincere Tali Shapiro, una bambina di otto anni, a entrare nel suo appartamento di Hollywood. Chiamò la polizia, che riuscì a intervenire e a trovare la bambina ancora viva. Alcala, invece, fuggì prima dell’arrivo degli agenti e si trasferì a New York usando il nome di John Berger.

Si iscrisse alla New York University e continuò a spostarsi. Nel 1971 lavorava come animatore in un campo estivo del New Hampshire quando due ragazze riconobbero la sua fotografia su un manifesto dell’FBI. Fu arrestato ed estradato in California, ma nel frattempo la famiglia di Tali Shapiro si era trasferita in Messico e non volle sottoporre la bambina a un processo. L’accusa fu ridotta e Alcala uscì dal carcere nel 1974, dopo meno di tre anni.

Due mesi più tardi aggredì una tredicenne. Tornò in prigione, scontò altri due anni e nel 1977 fu liberato come sex offender registrato.

Un anno dopo era in televisione a cercare l’amore.

La produzione di The Dating Game non conosceva i suoi precedenti. I controlli sui concorrenti erano molto diversi da quelli odierni e non esisteva ancora un archivio nazionale informatizzato attraverso il quale incrociare rapidamente le condanne registrate in Stati differenti. Sarebbe comunque difficile trovare una dimostrazione più brutale dei limiti di quella selezione: un uomo già condannato due volte per aggressioni sessuali venne presentato al pubblico come un affascinante fotografo scapolo.

Le fotografie, il metodo e le vittime di Rodney Alcala

La macchina fotografica era una parte essenziale del metodo di Alcala. Avvicinava ragazze e giovani donne dicendo di essere un professionista, proponeva loro un servizio fotografico e riusciva così a portarle in appartamenti, parchi o luoghi isolati.

Per un periodo lavorò persino come tipografo al Los Angeles Times. Alcuni colleghi ricordarono che mostrava loro fotografie di ragazze nude, presentandole come immagini artistiche richieste dalle stesse famiglie.

Quando la polizia perquisì un deposito da lui affittato a Seattle trovò centinaia di fotografie, insieme a oggetti appartenuti ad alcune vittime. Nel 2010 gli investigatori diffusero pubblicamente oltre cento immagini nel tentativo di identificare le persone ritratte. Molte donne si riconobbero e contattarono le autorità; numerosi volti, però, sono rimasti senza nome.

Tra il 1977 e il 1979 Alcala uccise Jill Barcomb, Georgia Wixted, Charlotte Lamb, Jill Parenteau e Robin Samsoe, quest’ultima di appena dodici anni. A queste vittime si sarebbero aggiunte Cornelia Crilley ed Ellen Hover, uccise a New York rispettivamente nel 1971 e nel 1977.

Nel febbraio del 1979 Alcala caricò in auto la quindicenne Monique Hoyt. La portò nel deserto, la aggredì e la lasciò legata, convinto di averla completamente sottomessa. La ragazza riuscì invece a persuaderlo di voler mantenere il loro incontro segreto e di essere ancora interessata a lui. Alcala la liberò; durante una sosta a una stazione di servizio, Monique fuggì e chiese aiuto.

La sua denuncia portò all’arresto dell’uomo, che però uscì pagando la cauzione. Nei mesi successivi uccise Jill Parenteau e Robin Samsoe. È questa la vicenda ripresa nel finale di Woman of the Hour: il personaggio chiamato Amy è ispirato a Monique Hoyt, anche se il film modifica nomi, tempi e diversi particolari.

L’arresto e tre condanne a morte

Robin Samsoe scomparve il 20 giugno 1979 mentre stava andando a una lezione di danza. Alcune sue amiche raccontarono che, poco prima, un uomo con una macchina fotografica le aveva avvicinate sulla spiaggia. Il ritratto elaborato dalla polizia fu riconosciuto dall’agente che seguiva Alcala durante la libertà vigilata.

Il 24 luglio 1979 il fotografo fu arrestato a casa dei genitori. Nel 1980 venne condannato a morte per il rapimento e l’omicidio di Robin, ma la sentenza fu annullata dalla Corte Suprema della California perché durante il processo erano state comunicate alla giuria informazioni considerate pregiudizievoli sui suoi precedenti.

Un secondo processo portò a un’altra condanna a morte nel 1986. Anche questa venne successivamente annullata.

Nel frattempo, però, le tecniche di analisi del DNA erano cambiate. Gli investigatori riuscirono a collegare Alcala ad altri quattro omicidi avvenuti in California. Nel 2010 fu processato insieme per le morti di Robin Samsoe, Jill Barcomb, Georgia Wixted, Charlotte Lamb e Jill Parenteau.

Decise di difendersi da solo. Durante la propria testimonianza si rivolse domande con una voce e rispose usando un tono diverso, chiamandosi «signor Alcala». Mostrò persino alla giuria un frammento della partecipazione a The Dating Game, nel tentativo di dimostrare che alcuni orecchini trovati nel deposito di Seattle appartenessero a lui e non a Robin Samsoe. La strategia non funzionò: venne dichiarato colpevole di tutti e cinque gli omicidi e condannato a morte per la terza volta.

Nel 2012 si dichiarò colpevole anche degli omicidi di Cornelia Crilley ed Ellen Hover a New York. Le condanne accertate per omicidio diventarono così sette, mentre Alcala fu collegato dalle autorità ad almeno un’altra vittima. Il numero complessivo potrebbe essere molto più alto: l’ipotesi più estrema parla di circa 130 persone, ma non esistono prove sufficienti per trasformare quella stima in un dato certo.

Rodney Alcala morì per cause naturali il 24 luglio 2021, a 77 anni, in un ospedale della contea di Kings. Si trovava ancora nel braccio della morte della California.

Cosa c’è di vero in Woman of the Hour

Uscito su Netflix nel 2024, Woman of the Hour è il debutto alla regia di Anna Kendrick, che interpreta anche Sheryl Bradshaw, versione ampiamente romanzata della vera Cheryl. Rodney Alcala ha invece il volto di Daniel Zovatto.

La sua partecipazione al programma e la successiva rinuncia di Cheryl all’appuntamento sono fatti reali. Molto di ciò che accade intorno è stato riscritto.

Nel film Alcala è il concorrente numero tre, mentre nella trasmissione era il numero uno. Sheryl è un’attrice in cerca di un’occasione professionale; la vera Cheryl lavorava come insegnante di recitazione. L’uscita al bar, il numero telefonico falso e l’inseguimento nel parcheggio non sono documentati. Sappiamo soltanto che, dopo aver parlato con Alcala, Cheryl contattò la produzione e rifiutò di incontrarlo nuovamente.

È inventato anche il personaggio di Laura, la donna che riconosce Alcala tra il pubblico e prova inutilmente ad avvertire qualcuno. Rappresenta le molte persone che, nel corso degli anni, segnalarono quell’uomo senza riuscire a fermarlo.

Il film evita saggiamente di trasformare Alcala in un antieroe affascinante. La parte più disturbante della storia non è la sua capacità di nascondersi: in numerose occasioni era stato visto, denunciato e persino condannato. Continuava però a tornare in libertà. Nel 1978 gli bastarono un completo marrone, qualche battuta a doppio senso e la qualifica di fotografo per entrare nel salotto degli americani.

Il pubblico rideva. Cheryl Bradshaw impiegò pochi minuti, una volta spente le telecamere, per capire che con quell’uomo non voleva rimanere da sola.