There’s Something About Miriam: la verità sul terribile reality e sulla morte di Miriam Rivera


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Qualche tempo fa mi è capitato su Instagram un post dedicato a un reality intitolato, almeno nella versione social della storia, Tutti pazzi per Miriam. Sei concorrenti avrebbero corteggiato per settimane una donna che donna era, sì, ma trans, scoprendolo soltanto alla fine e finendo addirittura in cura per i problemi psichiatrici provocati dalla rivelazione.

Il massimo del maschilismo tossico, con buona pace di chi non vuole sentire parlare né di maschilismo né di tossicità. Ma anche una ricostruzione non del tutto corretta, perché i sei uomini citarono effettivamente in giudizio la produzione sostenendo di avere subìto danni psicologici ed emotivi; non risulta invece che siano finiti tutti in terapia psichiatrica, come raccontato nel post.

Facendo qualche ricerca online, poi, la vicenda diventa persino peggiore. Il titolo originale del programma era There’s Something About Miriam, evidente richiamo a There’s Something About Mary – il film arrivato in Italia come Tutti pazzi per Mary – e Miriam Rivera non era la perfida ingannatrice costruita da titoli e promozione. Aveva 21 anni ed era stata messa al centro di un format concepito per trasformare la sua identità nel colpo di scena finale.

Sei uomini, 10mila sterline e un segreto da svelare in televisione

Il programma venne girato a Ibiza nel 2003 e prodotto da Brighter Pictures, società controllata da Endemol, per Sky One. Inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Find Me a Man: sei uomini britannici tra i 22 e i 28 anni dovevano conquistare Miriam, modella messicana, affrontando prove fisiche, appuntamenti individuali e uscite di gruppo.

In palio c’erano 10mila sterline e una crociera romantica su uno yacht insieme a lei. Ai concorrenti, però, non era stato detto che Miriam fosse una donna trans e che non si fosse sottoposta a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.

A vincere fu Tom Rooke, bagnino ed ex maestro di sci di 23 anni. Durante il finale Miriam lo scelse davanti agli altri concorrenti e pronunciò la frase sulla quale era stato costruito l’intero programma: dopo avere ricordato di essere messicana, modella e ventunenne, dichiarò di essere nata uomo.

Secondo una sua amica d’infanzia, quella battuta sarebbe stata preparata dalla produzione. Non esistono però elementi sufficienti per presentare la circostanza come definitivamente accertata. Quel che si vede nel programma basta comunque a comprenderne il meccanismo: Miriam veniva presentata per cinque puntate come l’oggetto del desiderio e trasformata nella sesta nella presunta responsabile di una gigantesca beffa.

Rooke accettò inizialmente il premio davanti alle telecamere, ma successivamente rinunciò al viaggio e si unì agli altri partecipanti nella battaglia legale per impedire la trasmissione.

La causa dei concorrenti e le cure psichiatriche mai dimostrate

There’s Something About Miriam avrebbe dovuto esordire nel novembre del 2003. La messa in onda venne rinviata perché i sei concorrenti portarono in tribunale la produzione, contestando tra le altre cose violazione del contratto, diffamazione e danni personali di natura psicologica ed emotiva. Nell’azione legale comparve persino l’accusa di una presunta «conspiracy to commit sexual assault», una cospirazione finalizzata a commettere violenza sessuale.

Il procedimento terminò con un accordo extragiudiziale. La cifra non fu resa pubblica: per anni circolarono stime milionarie, mentre una ricostruzione pubblicata dal Guardian nel 2024 parla di una somma complessiva vicina alle 500mila sterline, circa metà delle quali sarebbe stata assorbita dalle spese legali.

È quindi corretto affermare che i concorrenti denunciarono conseguenze psicologiche e ottennero un risarcimento. Non lo è trasformare automaticamente quella richiesta in sei diagnosi psichiatriche o sei percorsi terapeutici documentati.

Risolta la causa, Sky One trasmise le sei puntate dal 22 febbraio al 24 marzo 2004. Il caso giudiziario aveva garantito al programma una pubblicità enorme e il finale raggiunse circa 970mila spettatori, un risultato notevole per un canale satellitare britannico dell’epoca.

Miriam Rivera diventò la colpevole perfetta

I concorrenti erano stati ingannati dalla produzione e avevano ogni diritto di contestare le condizioni nelle quali erano stati coinvolti. Ma Miriam non aveva ideato il programma, non aveva reclutato quegli uomini e non aveva stabilito di nascondere loro la propria identità per settimane. Era una ragazza di 21 anni alla quale era stata offerta quella che sembrava l’occasione della vita.

Eppure gran parte della stampa britannica si concentrò su di lei. I titoli la descrissero come un uomo che aveva raggirato sei maschi eterosessuali, esattamente la lettura che rendeva vendibile il programma. La produzione parlò invece di un esperimento sociale sul genere e sulla sessualità, difesa piuttosto difficile da sostenere: se il progetto fosse stato pensato per offrire una rappresentazione positiva delle persone trans, l’identità di Miriam non sarebbe stata conservata come una bomba da far esplodere nell’ultima puntata.

Lo spettacolo funzionava perché lo spettatore aspettava la reazione degli uomini. La donna desiderata diventava improvvisamente qualcosa di cui vergognarsi e l’attrazione provata fino a pochi minuti prima una minaccia alla loro mascolinità. Miriam serviva al programma come protagonista, esca e bersaglio. Tutto compreso nello stesso contratto.

Dopo la trasmissione partecipò come ospite al Big Brother Australia e frequentò la scena ballroom di New York, entrando nella House of Xtravaganza. La notorietà ottenuta grazie al reality, però, non si trasformò in una carriera stabile. Secondo amici e familiari, il modo in cui era stata esposta e successivamente massacrata dai media continuò a pesarle per anni.

La morte nel 2019 e i dubbi del marito

Miriam Rivera venne trovata morta il 5 febbraio 2019 nell’abitazione della madre a Hermosillo, in Messico. Aveva 38 anni. La morte fu classificata dalle autorità come suicidio per impiccagione, ma suo marito Daniel Cuervo contestò questa conclusione.

Cuervo raccontò che il corpo era stato cremato prima che potesse essere eseguita un’autopsia e sostenne di avere ricevuto una telefonata minatoria mentre cercava di organizzare il funerale. Sono elementi che hanno alimentato dubbi e ipotesi di omicidio, senza tuttavia produrre prove sufficienti per rovesciare la versione ufficiale. Anche la BBC, annunciando la morte di Miriam, riportò entrambe le ricostruzioni senza presentare i sospetti del marito come fatti accertati.

Nel 2024 la docuserie di Channel 4 Miriam: Death of a Reality Star è tornata sulla vicenda. Alcune persone vicine a Rivera hanno raccontato che negli ultimi anni soffriva di depressione; altre hanno continuato a sospettare che fosse stata uccisa. Il documentario, va detto, non ha fornito nuove prove decisive sulla morte e a sua volta è stato criticato per avere sfruttato gli aspetti più morbosi della storia.

Non è possibile stabilire un rapporto diretto tra il reality e la morte di Miriam, avvenuta quindici anni dopo. Si può invece osservare ciò che il programma fece davanti alle telecamere: prese una giovane donna trans, promise di trasformarla in una celebrità e costruì il proprio successo sulla reazione umiliata di sei uomini che avevano provato attrazione per lei.