Vorrei ma non posto, dieci anni dopo: da Facebook a TikTok, da Groupon a ChatGPT


Per NonSolo.TV non sei un numero.

E per questo proviamo ancora a fare una cosa che oggi sembra quasi fantascienza: scrivere articoli pensati per esseri umani e non soltanto per gli algoritmi.

Se apprezzi questo approccio, puoi:



È una di quelle cose di cui mi vergogno. Uno di quei guilty pleasure che tengo per me per evitare il giudizio altrui (non che poi in realtà me ne dovrebbe fregare un cazzo, ma così si evitano inutili chiacchierate su inutili temi). Un po’ come Niko Pandetta.

In questo caso parliamo di una delle tante canzoni dell’estate della coppia J-Ax e Fedez. Canzoni gustose, fatemelo dire. Ricordano tempi andati, quando i venti di guerra non avevano ancora travolto il nostro Occidente (ma c’era la crisi, ve la ricordate la crisi?) e comunque eravamo dieci anni più giovani, quindi inutile dire che le si ricorda con una certa dose di nostalgia.

Una di queste canzoni è Vorrei ma non posto, pubblicata il 6 maggio 2016 e diventata immediatamente un tormentone. Scatenò anche qualche polemica per un verso dedicato all’Università: «E compreremo un altro esame all’università». Come se l’Università fosse inattaccabile e impeccabile (ma smettiamola, va). Un gruppo di rettori arrivò a chiederne la rimozione dallo spot Algida nel quale veniva utilizzata la canzone.

Dieci anni dopo le cose sembrano essere peggiorate sotto quasi ogni punto di vista, tanto che non penso ci si metterebbe ancora a fare polemica per un verso del genere. I giovanissimi — o così paiono a me, che giovanissimo non sono più — Orfeo e Vagasbronzo hanno comunque preferito non includere niente di simile nella loro versione aggiornata.

Uscita il 7 agosto 2026, la traccia si è fermata intorno alle 33mila visualizzazioni su YouTube nonostante sia godibile quasi quanto l’originale. Il beat è stato leggermente modificato rispetto a quello prodotto da Takagi & Ketra, ma forse i numeri testimoniano che la canzone del 2016 spingeva soprattutto per i nomi dei due autori. E magari anche pubblicare un pezzo del genere all’inizio di agosto, anziché all’inizio dell’estate, non ha aiutato.

Adesso che l’estate sta quasi per finire, mettiamo accanto i due testi e vediamo come sono cambiate le cose.

Nel 2016 avevamo l’iPhone, Facebook e Groupon

La prima Vorrei ma non posto fotografava un’Italia già completamente immersa nei social, ma ancora legata a un internet che oggi sembra quasi artigianale.

A tavola non si poteva stare senza iPhone, le prove delle serate rimanevano su Facebook e gli sconti si cercavano su Groupon. Persino la battuta sul virus informatico passava attraverso Norton, nome che chiunque abbia avuto un computer negli anni Duemila associa immediatamente a finestre invadenti, aggiornamenti e scansioni interminabili.

L’iPhone, nel frattempo, era diventato un’estensione del corpo e naturalmente anche un modo per misurare il proprio status. I selfie venivano già inviati di nascosto, si fotografavano i tramonti e si vivevano le esperienze pensando prima a come mostrarle. La critica centrale della canzone era tutta lì: il ricordo cominciava a contare meno della sua condivisione.

Non era esattamente una riflessione filosofica mai sentita prima, ma funzionava. Anche perché il pezzo non pretendeva di impartire lezioni: prendeva per il culo un po’ tutti, compresi gli stessi J-Ax e Fedez.

Il risultato fu enorme. La canzone entrò direttamente al primo posto della classifica FIMI e in appena tre settimane ottenne il disco di platino, superando nello stesso periodo i 24 milioni di visualizzazioni su YouTube. Fu anche il primo video in italiano a entrare nella Top 100 mondiale della piattaforma. Numeri che aiutano a capire le proporzioni del fenomeno.

Da Facebook a TikTok: non ci siamo solo disconnessi, abbiamo accelerato

La versione di Orfeo e Vagasbronzo parte aggiornando l’oggetto che rovina la cena. Non è più necessario avere lo smartphone semplicemente in mano: adesso bisogna continuare a scorrere TikTok.

La differenza sembra piccola, ma racconta bene il passaggio avvenuto nel frattempo. Facebook richiedeva ancora di entrare in un profilo, leggere qualcosa, lasciare un commento. TikTok offre un flusso potenzialmente infinito nel quale non siamo neppure noi a scegliere cosa guardare. Ci pensa l’algoritmo, possibilmente prima ancora che abbiamo capito cosa ci interessa.

Anche le tracce lasciate dai genitori sono cambiate. Nel 2016 i figli avrebbero ritrovato su Facebook le foto di un padre ubriaco nel weekend e di una madre esaltata durante un concerto. Nella versione del 2026 la famiglia è descritta in maniera meno festaiola e parecchio più cupa: stipendi buttati, rapporti trascinati e traumi confezionati come contenuti da pubblicare.

Compare infatti anche il linguaggio dei social contemporanei, quello dei video Get Ready With Me nei quali ci si trucca mentre si raccontano separazioni, disturbi alimentari, tradimenti o problemi familiari. Dieci anni fa mostravamo quanto ci stavamo divertendo. Oggi mostriamo pure quanto stiamo male, purché l’inquadratura sia buona.

Il passaggio più cattivo riguarda il pronto soccorso: una foto scattata lì porta più numeri, quindi finisce online anche ciò che teoricamente si vorrebbe tenere privato. La vecchia esitazione del titolo viene praticamente ribaltata. Non abbiamo più dubbi sull’opportunità di pubblicare qualcosa; lo pubblichiamo e basta.

Da Norton a Claude, passando per ChatGPT

Nel 2016 la tecnologia era già pervasiva, ma conservava una funzione abbastanza riconoscibile. Il telefono serviva per comunicare e fotografare, Facebook per esibire la propria vita, Norton per provare a proteggere il computer dai virus.

Nel 2026 entra in scena l’intelligenza artificiale. Nel nuovo testo si chiede a Chat(GP?) persino il nome da dare a un figlio, mentre l’algoritmo prende simbolicamente il posto del battesimo. È una battuta, ovviamente, ma neanche troppo lontana dalla realtà: affidiamo all’IA nomi, messaggi da mandare al partner, itinerari, ricette, diagnosi improvvisate e decisioni che fino a qualche anno fa avremmo discusso con una persona.

Quando arriva il riferimento al virus, Norton viene sostituito da Claude. Il paragone non è tecnicamente corretto — Claude non è certo un antivirus — ma è proprio questo a renderlo interessante: l’intelligenza artificiale è diventata la risposta automatica a qualsiasi problema, anche quando non c’entra niente. (Viene frattanto il dubbio che Claude fosse metricamente adatto a quella parte di canzone).

Nel frattempo le relazioni sono passate attraverso il vocabolario delle app: si viene ghostati, si cerca un contatto veloce e ci si parla con formule che nel 2016 avrebbero richiesto almeno una spiegazione. Pure la sessualità ha cambiato vetrina. Le pose ammiccanti da webstar e le fotografie con il gelato lasciano spazio a OnlyFans, mentre nella nuova strofa l’eventuale blocco dei siti porno diventa persino una misura politica d’emergenza. Non sottilissima, ma efficace.

Ferragni e Salvini c’erano già. Ed è forse la parte più inquietante

Alcuni strumenti sono cambiati. I personaggi, molto meno.

Nel testo originale Chiara Ferragni rappresentava il lusso esibito: accessori firmati, glitter e una vita costruita per essere guardata. Pochi mesi dopo l’uscita del brano avrebbe ufficializzato la relazione con Fedez. Poi il matrimonio a Noto, i figli, la serie televisiva, la separazione e il divorzio. Nel mezzo è arrivato il Pandorogate, concluso sul piano penale con l’assoluzione del gennaio 2026.

La nuova canzone comprime tutto questo in un riferimento di poche parole. Nel 2016 Ferragni era un simbolo da inserire in una battuta; dieci anni dopo porta addosso un pezzo consistente della cronaca italiana, compresa la storia personale dell’autore dell’originale.

Anche Matteo Salvini è ancora lì. Nel 2016 veniva citato insieme a una battuta sui rom, una delle parti che probabilmente oggi scatenerebbe più polemiche del famoso esame universitario. Nel 2026 – con il leader della Lega che è Ministro dei trasporti – il riferimento si sposta sul Ponte sullo Stretto, promesso per un futuro che il testo allontana fino a inventarsi un anno impossibile. (Il duemilaventino- che potrebbe essere il duemilaecredici dei tempi attuali).

Vorrei ma non posto, il ritornello nuovo è meno allegro di quanto sembri

La versione del 2016 collegava l’arrivo puntuale di una nuova estate alle vecchie abitudini italiane: corruzione, mare, canzoni e quella capacità tutta nazionale di trasformare qualsiasi problema in un tormentone.

Orfeo elimina l’esame comprato e lo sostituisce con una constatazione più rassegnata. Il tempo passa e le cose rimangono sostanzialmente ferme (cambia tutto per non cambiare niente, Tomasi di Lampedusa docet). Anche il bagno in mare perde qualcosa: non è più un tuffo collettivo e nazionalpopolare, ma il gesto di qualcuno che non sa neppure nuotare.

Forse è questo il cambiamento più evidente tra le due canzoni. Quella di J-Ax e Fedez guardava i social con ironia, ma conservava l’allegria un po’ scema di un’estate nella quale tutto, alla fine, sembrava ancora gestibile. Quella di Orfeo e Vagasbronzo utilizza la stessa melodia per raccontare algoritmi, traumi familiari, intelligenza artificiale e vite private trasformate in materiale da pubblicare.

Nel 2016 pensavamo di essere troppo dipendenti dall’iPhone. Che tenerezza.

E fra 10 anni?