Dom. Set 25th, 2022

Si intitola Un nastro rosa a Abbey Road – Il 1969 dei Beatles, il 1979 di Lucio Battisti (Pacini Editore) l’ultimo volume dello scrittore e giornalista musicale Donato Zoppo. Tre le migliori firme italiane, ha collaborato con la casa editrice Hoepli ed è creatore di numerosi volumi su King Crimson, Area, Lucio Battisti, The Beatles e Genesis. Collabora oggi con il mensile rock Audio Reewiew e dal 2006 conduce il programma radiofonico Rock City Night su RCB. Il suo ultimo libro è l’edizione accorpata riveduta e corretta degli ultimi due lavori di Zoppo: Something (2019) e Con il nastro rosa (2020). Battisti e i Bealtes, due universi apparentemente opposti, che giungono a chiusura delle loro leggendarie carriere, in maniera differente, ma del tutto unica. Analizzando il contesto e il periodo storico fine anni ’60 e inizi anni ’80, Zoppo si concentra sui vari brani che hanno formato la sua vita, ripercorrendo e attraversando il lato artistico e umano di figure come George Harrison, Frank Sinatra e Ray Charles. Una radice black che lega Abbey Road, Poggio Bustone e l’America.

D: Donato, sicuramente la coppia Battisti- Mogol ha rappresentato per l’ Italia quello che per l’Inghilterra è stato il binomio McCartney- Lennon. Queste due eredità non hanno mai avuto dei veri ed autentici successori. C’è secondo te una spiegazione a livello musicale?

R: L’assunto che spesso troviamo in letteratura, ossia la corrispondenza Battisti-Mogol e Lennon-McCartney, credo sia dovuto alla portata rivoluzionaria di queste due coppie di compositori. La canzone pop-rock, per come la conosciamo, ha avuto la sua definizione con Beatles e Battisti. Quello che i Beatles hanno fatto nella cultura popular internazionale Battisti lo ha fatto per l’Italia. Con delle risonanze interessanti in merito alle comuni radici black: tuttavia se i Beatles erano più spostati sul versante rock ‘n’ roll classico, Lucio ha invece sottolineato la connessione con l’area R&B e soul. Premesso ciò, dinanzi a figure così grandi è rarissimo, se non impossibile, individuare degli eredi. Molto più agevole e utile sottolineare l’importanza del lascito: qualsiasi compositore pop-rock deve passare attraverso la loro scrittura (insieme a quella di Elton John, Brian Wilson, David Bowie per certi versi). L’assenza di eredi è dovuta anche alla personalità fortissima di questi autori: l’eredità prevede un passaggio, una successione, e Beatles e Battisti hanno avuto una tale unicità da non aver passato nulla a figure individuali ma potenzialmente tutto a ogni compositore.

D: Ti soffermi nel tuo volume, sulla figura di George Harrison. Con passaggi giornalistici di illustri giornalisti nazionali. Credi che nella sua carriera artistica, Harrison, abbia raccolto anche di meno di quello che meritava?

R: Credo che George abbia raccolto meritatamente ciò che ha seminato. Inevitabilmente è stato una figura meno altisonante rispetto a John e Paul, tuttavia ha avuto un ruolo cruciale: è stato l’ambasciatore tra cultura orientale e occidentale, in questo ha avuto lo stesso peso di Lennon quale comunicatore. E non dobbiamo neanche dimenticare il valore, nella cultura popular, di tre pezzi straordinari come Something, Here Comes The Sun e My Sweet Lord. George è stato un uomo di musica, di mistica, di presenza, davvero indimenticabile.

D: E’ risaputo che nella carriera artistica di Lennon e McCartney ci sia stata una leggendaria amicizia, ma anche degli screzi. Questo aspetto può essere ricondotto anche al rapporto tra Mogol e Battisti?

R: Il rapporto Mogol-Battisti nasce nel 1965 come collaborazione professionale, peraltro cauta, lenta, tra un gigante dell’editoria musicale e della discografia e un giovane musicista ignoto. Nel corso degli anni cresce e si sviluppa anche in una direzione parallela: un’amicizia forte e salda. Lucio e Giulio comprano case confinanti, vanno a cavallo insieme, hanno un comune circolo di amicizie, viaggiano all’estero. Insomma diventano amici. Nella seconda metà degli anni ’70 la collaborazione comincia a perdere mordente, anche l’amicizia ne risente, fino alla storica silenziosa separazione. Screzi però, al di là di fisiologiche divergenze sul lavoro, non credo ce ne siano stati. Il racconto di Mogol in tal senso rievoca sempre una relazione fondata sull’ascolto e sul rispetto.

D: Nel 1969, a Speciale per Voi, Lucio Battisti affronta anche un pubblico piuttosto ostile e contrario. Da lì si capi anche la sua anima più ribelle e se vogliamo “tosta”. Fu un modo per far capire al pubblico che lui era tutt’altro che un tipo morigerato, giusto?

R: Speciale per voi del 1970 fu un banco di prova importante. Battisti era accerchiato da Renzo Arbore, dai giornalisti più insidiosi, dal pubblico di giovani contestatori. Immaginavano un Battisti placido e pacifico, trovarono un musicista inquieto, sicuramente innervosito dal contesto, ma forte e determinato nell’esporre e difendere la sua visione artistica. Credo fosse fortemente convinto della bontà di quanto aveva assimilato da Bob Dylan: al centro, anzi prima di tutto, il bisogno espressivo; la necessità di comunicare un’emozione doveva prevalere sul rispetto delle regole. Una visione che oggi può sembrare ovvia, prevedibile, ma che all’epoca, nell’Italia ancora legata all’eredità del belcanto e della canzonetta, aveva un impatto rivoluzionario.

D: Nel 1979 Battisti concede la sua ultima intervista pubblica e nel 1980 decide di ritirarsi dalle scene. Lo stesso artista diceva che più importante che si ricordi la voce di un cantante che la sua immagine e presenza. Perché a distanza di 40 anni è stato l’unico artista italiano, insieme a pochissimi altri, capace di prendere quella decisione?

R: Si è tanto fantasticato sui motivi del ritiro e sul leggendario silenzio battistiano. Avendo avuto modo di soffermarmi sulla sua figura in quattro libri, ho alcune idee. La sua decisione, tanto forte ma gestibile all’epoca quanto impensabile e irrealizzabile oggi, fu il frutto di una combinazione di fattori: il suo carattere molto deciso, la sua visione artistica secondo la quale l’artista non doveva influenzare l’arte e l’opera anzi sottrarsi come presenza, il successo discografico che gli consentiva ampi spazi di manovra, il contesto storico per il quale era possibile, a fronte dei consensi così straordinari, puntare tutto sul disco e non sulla promozione. Tutto ciò ha fatto sì che maturasse quell’idea così radicale: l’artista non esiste, esiste la sua arte. Questa affermazione attribuita a Lucio ma in realtà apocrifa, suscita molte riflessioni. Una di queste riguarda il confine tra arte e comunicazione: siamo così sicuri che l’artista debba esserci sempre, accompagnare l’opera, spiegarla, illustrarla? O forse Lucio ci ha voluto spiegare che la sua canzone altro non era che una mano tesa verso di noi, con la libertà di ascoltarla e interpretarla alla luce della nostra personalità? Se così fosse, sarebbe un dono bellissimo fatto all’ascoltatore. Così mi piace pensare.

Sergio Cimmino


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