Ven. Nov 11th, 2022

Giulio Rapetti Mogol è un paroliere, produttore discografico e scrittore italiano.

Ci rifacciamo a quanto scritto da Wikipedia nella pagina dedicata a Mogol, nato come Gulio Rapetti nel 1936 a Milano ma oggi divenuto a tutti gli effetti Mogol anche per l’anagrafe.

Ma, come scritto nella sua autobiografia, non ama essere definito paroliere.

E, in un intervento durante il format ‘I Lunatici’, ha ribadito il concetto.

Molti mi definiscono paroliere. Questa parola non è riduttiva. E’ sbagliata. Il paroliere è quello che fa i cruciverba. Verticali o orizzontali. Dipende dall’ignoranza del giornalista che usa questa parola”: ha dichiarato Mogol (che preferisce essere chiamao autore, ignoranti giornalisti rimembrate).

Mogol ha quindi proseguito, circa i suoi esordi e circa la formula per una buona canzone:

“Ho iniziato la mia carriera facendo la versione italiana delle canzoni inglese. La prima canzone che ho fatto la considero mediocre. Sono arrivato alla fine tutto sudato, l’ho letta e ho capito che era una versione mediocre. Come nasce una canzone? Con la musica, possibilmente cantata anche già in finto inglese, in modo che si senta bene come viene interpretata. Bisogna capire cosa vuole trasmettere il senso della musica”.

Quindi, sul primo incontro con Lucio Battisti (il cantante al cui fianco diventerà un’icona, sebbene abbia scritto tantissime altre canzoni che hanno fatto la storia della musica itlaiana, collaborando con artisti del calibro di Caterina Caselli, Fausto Leali, Mango, Riccardo Coccante – giusto per citarne alcuni):

Lui era molto simpatico, io gli dissi che quello che aveva scritto non era un granché, lui fece un gran sorriso e mi diede ragione. Me l’aveva presentato un’amica, ci sono rimasto male di quel giudizio negativo, lui era uno simpatico, per rimediare a una situazione incresciosa gli ho chiesto se voleva venire a trovarmi per scrivere qualche canzone insieme. Da questo fatto è nata invece una serie di canzoni e un sacco di successi”.

Mogol non ha quindi risparmiato una stilettata alla canzoni politiche (con un attacco diretto a ‘Contessa’ di Paolo Pietrangeli):

“Se il mondo musicale dell’epoca ci guardava con disincanto? Ma le canzoni avevano successo lo stesso, molti pensavano che le uniche canzoni che potessero essere giustificate erano quelle politiche, cose che adesso non trasmette più nessuno, che adesso non si sentono neanche. Canzoni inascoltabili. Una che mi ricordo si chiamava Contessa”.

Quind, infine, sulla musica italiana odierna:

“E’ molto diversa da quella che facevamo noi. Secondo me molto è dovuto al fatto che una volta c’erano professionisti che selezionavano le canzoni più belle per farle trasmettere. Adesso invece si decide sui social in base alle visualizzazioni. Indipendentemente dal valore della canzone”.


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