Cloverfield: spiegazione del film, del mostro e di un finale che divide ancora

Cloverfield spiegato: che film è davvero, cosa sappiamo sul mostro, come interpretare il finale e perché divide ancora pubblico e critica.

A distanza di anni, Cloverfield continua a tornare nelle ricerche, nelle discussioni, nelle riletture. Non perché abbia fornito risposte definitive, ma proprio per il contrario. È un film che mostra pochissimo, trattiene quasi tutto e affida allo spettatore una parte del lavoro. Ed è anche per questo che, ancora oggi, qualcuno esce frustrato e qualcun altro convinto di aver visto uno dei monster movie più intelligenti degli ultimi decenni (ricordiamo che il film è uscito nel 2008 – riuscendo ad incassare oltre 170 milioni di dollari a fronte di un budget di non più di 30 milioni)

Per capire Cloverfield serve partire da qui: non è un film che vuole spiegarsi. È un film che vuole mettere addosso una sensazione. (Vuole che tu ti immerga, che viva il panico delle persone che si trovavano a vivere quella drammatica emergenza: l’emergenza di avere a che fare con un mostro di dimensioni abnormi – ma di questo, delle dimensioni, parleremo in seguito).

Cloverfield: che film è davvero

Alla base di Cloverfield c’è un’idea molto semplice: raccontare un evento mostruoso non dal punto di vista dell’eroe, dell’esercito o dello scienziato, ma da terra, in mezzo alla folla che scappa (ed è tutt’altro che una cattiva idea se ci si lascia andare e ci si immerge). Matt Reeves ha più volte chiarito che l’ispirazione non nasce tanto dal cinema di finzione quanto da immagini reali: filmati amatoriali, documentari di guerra, riprese frammentarie in cui il terrore non sta in ciò che vedi, ma in ciò che resta fuori campo.

Il found footage non è quindi una trovata di stile, ma un vincolo narrativo. La videocamera non può “tagliare” quando vuole, non può spostarsi dove sarebbe più comodo allo spettatore. Ogni interruzione deve avere un motivo. Questo rende il film più difficile da costruire, ma anche più coerente: la paura nasce dall’attesa, dai suoni, dalle reazioni dei personaggi prima ancora che dall’apparizione del mostro.

È la logica dello Squalo: meno vedi, più immagini. Reeves lo ha detto apertamente, e non a caso Steven Spielberg – dopo aver visto il film – gli disse semplicemente di aver avuto paura. Per un esordio di questo tipo, era il complimento più alto possibile.

Il mostro di Cloverfield: cosa sappiamo e cosa no

Dato che poco si vede (proprio come nello squalo) in molti vorrebbero sapere di più del mostro di Cloverfield. Chi è? Da dove viene? È alieno? Qui serve fare una distinzione netta tra ciò che il film mostra e ciò che è stato raccontato fuori dal film (non poco, anche grazie a una geniale campagna di marketing).

All’interno della pellicola, le informazioni sono minime. Ed è una scelta precisa. J.J. Abrams ha spiegato che, se un mostro attaccasse davvero una città, i civili non avrebbero alcuna spiegazione chiara a disposizione (quantomeno non subito). Saprebbero solo che qualcosa sta distruggendo tutto (si pensi al Covid: per quanto tempo non abbiamo avuto idea di cosa fosse?).

Le risposte arrivano soprattutto dalla campagna virale: il mostro non è extraterrestre, ma una creatura marina risvegliata accidentalmente. Un essere antichissimo, ancora “giovane”, cresciuto in modo anomalo dopo l’esposizione a una sostanza industriale legata alle attività di una multinazionale fittizia. Quando emerge dall’oceano è confuso, spaventato, aggressivo. Non conquista New York: ci finisce dentro.

Dal punto di vista biologico, parliamo di una creatura enorme – circa 25 piani di altezza – con una struttura che richiama un’evoluzione abissale: pelle pallida, arti sproporzionati, parassiti che si staccano dal corpo principale. Ma anche qui il film resta fedele alla sua regola: niente esposizioni didascaliche, niente spiegoni.

Confronto visivo tra Clover, Godzilla, King Kong e altri mostri iconici

Il mostro, in Cloverfield, non è il protagonista. È la condizione ambientale.

Il finale di Cloverfield: cosa succede e cosa significa

Il finale di Cloverfield è probabilmente l’elemento più discusso. Dopo una fuga disperata, Rob e Beth (gli amici presi dal panico – come tutta NY – mentre si trovavano a una festa) trovano rifugio sotto un ponte. Non c’è salvezza, non c’è eroismo. Solo una videocamera che continua a registrare mentre tutto crolla (letteralmente e non).

La scena è crudele proprio perché è intima. Non assistiamo a una grande esplosione spettacolare, ma a due persone che si parlano sapendo che non ne usciranno. Il montaggio alterna questo momento con immagini precedenti, registrate per errore sullo stesso nastro: una giornata qualunque, un ricordo felice. Un dettaglio apparentemente insignificante – un oggetto che cade dal cielo – acquista senso solo dopo.

Il messaggio finale, udibile a fatica dopo i titoli di coda, rafforza l’idea che non tutto è stato risolto. Non c’è una vera chiusura, perché Cloverfield non è una storia di vittoria o sconfitta. È il racconto di un evento troppo grande per essere compreso da chi lo subisce.

Ed è qui che molti spettatori si dividono: c’è chi lo trova potente, e chi si sente tradito. Entrambi, in fondo, hanno ragione.

Cloverfield e gli altri film: esiste davvero un universo?

Con il tempo, Cloverfield è diventato un “marchio”. Sono arrivati 10 Cloverfield Lane e The Cloverfield Paradox, film molto diversi tra loro, legati più da un’idea produttiva che da una vera continuità narrativa.

Il punto è questo: Cloverfield non nasce come primo capitolo di un universo. L’idea di collegare storie diverse arriva dopo, quasi come un tentativo di replicare il fascino del mistero originale. Il risultato è disomogeneo. 10 Cloverfield Lane funziona perché è un film solido anche senza il marchio. The Cloverfield Paradox, invece, mostra tutti i limiti di un’operazione che prova a costruire una mitologia dove non era stata pensata.

Questo non rende il primo film “incompleto”. Al contrario: lo rende autosufficiente. (Sebbene è previsto un sequel, di cui si parla da tempo: confermato nel 2021, nel 2025 è stato confermato che è ancora in lavorazione).

Perché Cloverfield divide ancora

Cloverfield divide perché chiede allo spettatore di accettare una perdita di controllo. La macchina da presa trema, l’informazione manca, le risposte sono parziali. Non è un film che accompagna: spinge.

Chi cerca una spiegazione totale resta deluso. Chi accetta l’idea di vivere l’evento, anche solo per un’ora e mezza, spesso lo ricorda a lungo.

(Ed è questa la critica che il sottoscritto eventualmente muove: ne avrei voluto vedere di più: più panico, più distruzione, più immersione nella tragedia – questo è ciò che pensai dopo la prima visione).


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