È diventato negli anni un film culto, con tanto di seguito quasi un quarto di secolo dopo. Clamorosamente italiano, con riferimenti politici discutibili e battute da taverna entrate nell’immaginario collettivo, L’allenatore nel pallone resta uno dei capisaldi della commedia all’italiana e probabilmente il film più iconico mai dedicato al calcio in terra tricolore. Basta pensare a scambi come “M’avete preso per un coglione” – “Ma no, sei un erore”, citati ancora oggi da generazioni di tifosi (e che mi fece ridere fino alle lacrime la prima volta che vidi il film).
La forza del film non sta solo nella comicità più p meno crassa. A distanza di oltre quarant’anni, colpisce quanto il mondo della Longobarda sia radicato nel calcio reale degli anni Ottanta, quando eravamo l’epicentro del calcio mondiale. Molti dettagli, personaggi e situazioni nascono infatti da figure autentiche del pallone italiano.
Oronzo Canà e Oronzo Pugliese: un legame che va oltre il nome
Il collegamento più evidente riguarda il protagonista. Oronzo Canà è considerato un omaggio a Oronzo Pugliese, tecnico simbolo di un calcio passionale, provinciale e genuino. Pugliese, soprannominato il Mago di Turi, divenne celebre nella stagione 1964-65 quando, alla guida del neopromosso Foggia, riuscì a battere la Grande Inter di Helenio Herrera. Scelse marcature strettissime e un atteggiamento prudente contro una squadra molto più forte, ottenendo un clamoroso 3-2 che contribuì a trasformarlo in un personaggio nazionale.
Il suo stile era inconfondibile: correva lungo la linea laterale, urlava indicazioni in dialetto pugliese e chiamava i giocatori i picciotti. Frasi come Pigghia ’sta palla sinnò t’accide! (prendi questa palla sennò ti uccido) sono rimaste nella memoria popolare. Pugliese amava il contatto con il pubblico, i riflettori e i giornalisti, e aveva una straordinaria capacità di motivare le squadre. Celebre il suo motto: Undici sono loro, undici siamo noi.
Tornando invece al Nostro, di Oronzo, quello del film, fa di cognome Canà anche perché con il nome della moglie, Mara, crea un evidente gioco di parole che richiama il Maracanã, lo stadio brasiliano più famoso del mondo: un’altra di quelle trovate che spiegano bene l’ironia del film (laddove i doppi sensi – a volte anche innocenti – sono all’ordine del giorno, si veda l’estratto seguente)
La Longobarda ha giocato davvero nel campionato 1983-84
Uno degli aspetti più curiosi riguarda le immagini delle partite. Sergio Martino utilizzò veri filmati del campionato italiano 1983-84, integrandoli con le scene girate appositamente per il film. Per rendere credibile il montaggio, la Longobarda venne vestita con una maglia bianca simile a quella di riserva di molte squadre dell’epoca.
La promozione in Serie A della Longobarda è costruita in buona parte con immagini di repertorio di Sambenedettese-Pistoiese, gara di Serie B disputata allo stadio Ballarin di San Benedetto del Tronto. Alcuni dettagli, come i cartelloni pubblicitari presenti sullo sfondo, permettono ancora oggi di riconoscere la partita originale.
Non è l’unico caso. Nel film compaiono spezzoni provenienti da gare reali della primavera 1984, tra cui Roma-Fiorentina 2-1, Fiorentina-Genoa 0-0, Lazio-Napoli 3-2 e Atalanta-Sambenedettese 4-2. Quest’ultima è particolarmente interessante perché mostra i festeggiamenti dei tifosi bergamaschi per la promozione in Serie A.
Le scene girate appositamente per il film furono realizzate soprattutto allo stadio dei Marmi e allo stadio Flaminio di Roma. Nel sottopassaggio dello stadio dei Marmi venne ambientato anche l’incontro tra Canà e alcuni veri giocatori della Roma dell’epoca, tra cui Pruzzo, Graziani e Ancelotti.
Da Rio de Janeiro alla Longobarda: c’entra Moggi o c’entra Di marzio?
Un altro legame con il calcio reale riguarda il mercato. Sergio Martino raccontò che l’idea della trama nacque durante un viaggio in Sud America, quando incontrò sull’aereo Luciano Nizzola e Luciano Moggi, allora impegnati nella trattativa per portare Júnior al Torino. Quel contesto di osservatori, dirigenti e talenti brasiliani in cerca di ingaggio contribuì a ispirare la storia dell’attaccante Aristoteles.
Negli ultimi anni è emersa anche un’altra suggestione. Gianluca Di Marzio ha raccontato in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport che uno degli sceneggiatori del film gli confessò di essersi ispirato al viaggio compiuto nel 1983 dal padre Gianni Di Marzio e dal presidente del Catania Angelo Massimino a Rio de Janeiro per cercare i due stranieri da tesserare.
“Estate 1983, papà porta il Catania in Serie A dopo gli spareggi a Roma con Como e Cremonese. È la fine di giugno, manca una settimana alla chiusura dei tesseramenti per i due stranieri che la Lega allora concedeva. Papà e il presidente Angelo Massimino volano a Rio de Janeiro, vedono tanti giocatori: Paulo Isidoro, Serginho (il centravanti e non l’ex Milan, ndr), Careca, Casagrande, Leo Junior (il Junior succitato, ndr). Costano troppo e prendono Luvanor e Pedrinho. Uno degli sceneggiatori de L’allenatore nel pallone mi ha confessato di essersi ispirato al viaggio a Rio di papà e Massimino, in quell’estate del 1983”.
Il fascino del film nasce anche da questo intreccio continuo tra invenzione e realtà. La Longobarda è una squadra immaginaria, ma il mondo che la circonda è quello autentico del calcio italiano degli anni Ottanta: presidenti sanguigni, allenatori folkloristici, trasferte improbabili, colpi di mercato sudamericani e stadi pieni di striscioni.
E se a distanza di decenni, L’allenatore nel pallone continua a funzionare è anche perché racconta un calcio che non esiste più ma che ricorda la grandeur dell’Italia che fu. (Lo humor funziona un po’ meno, in questi tempi di cancel culture spinta – ma finché la gen Z non avrà del tutto soppiantato le generazioni altre c’è salvezza per questo film molto anni ’80).
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