Quando Dario Fo aspettò Battiato fuori dal concerto per criticarlo: la risposta fu memorabile


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Parliamo di due grandi, grandissimi, della cultura italiana. Da un lato un premio Nobel per la Letteratura proveniente dalla Lombardia, dall’altro un artista noto da molti semplicemente come il Maestro, nato parecchio più a sud: a Jonia, l’attuale Riposto, in provincia di Catania.

Da una parte abbiamo un’icona della sinistra capace di destreggiarsi praticamente in ogni campo artistico (Wikipedia parla di Dario Fo come drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, cantautore, paroliere, illustratore, pittore, scenografo, attivista e comico italiano); dall’altra un personaggio troppo eterodosso per l’ingessata sinistra italiana.

«Qualcuno si è inventato la storia per cui sarei di destra, non è vero», spiegò una volta Battiato, definendosi un «proletario dello spirito» vicino alla sinistra dei diritti e delle libertà, non certo a quella sovietica. Anche lui, peraltro, si è mosso fra diverse arti: cantautore, compositore, regista e pittore. Limitarsi a definirlo cantante sarebbe piuttosto riduttivo.

Purtroppo ci hanno lasciati entrambi da anni: Dario Fo è morto nel 2016, a 90 anni; Franco Battiato nel 2021, a 76.

È però gustoso rileggere quello che accadde quando le strade di questi due personaggi, così diversi e allo stesso tempo difficili da inquadrare, finirono per incrociarsi.

Cinquemila persone e Dario Fo in attesa fuori dal concerto

Siamo nel 1980, un anno importante nella carriera di Franco Battiato. Il cantautore siciliano aveva pubblicato da poco L’era del cinghiale bianco, il disco con cui si era riavvicinato alla forma canzone dopo gli esperimenti elettronici e le composizioni più ostiche degli anni precedenti. Nel corso di quello stesso anno sarebbe arrivato Patriots, contenente brani come Up Patriots to Arms, Prospettiva Nevski e Le aquile.

Battiato stava quindi entrando nella fase che lo avrebbe condotto, nel 1981, al successo clamoroso de La voce del padrone. Il pubblico aumentava, le sue canzoni cominciavano a uscire dai circuiti frequentati dagli ascoltatori più curiosi e i concerti assumevano dimensioni decisamente diverse.

Al termine di una di quelle esibizioni – definita dallo stesso Battiato «delirante», con circa cinquemila persone presenti – Dario Fo lo aspettò all’uscita. Non per complimentarsi.

«I tuoi testi non mi piacciono», gli disse.

Non sappiamo se Fo avesse preparato un’analisi più articolata e sia stato tradito dalla sintesi, o se volesse semplicemente comunicare il proprio giudizio nella maniera più diretta possibile. Di sicuro Battiato non si mise a chiedergli quali passaggi non lo avessero convinto.

La risposta fu: «E a me che cazzo me ne frega?».

Fine della discussione. O almeno del racconto che Battiato avrebbe fatto molti anni più tardi.

«Eravamo sullo stesso piano»

L’episodio fu ricordato dal cantautore in un’intervista concessa al Fatto Quotidiano nel 2015 e successivamente ripreso, tra gli altri, da Vanity Fair. Battiato non lo presentò come una lite destinata a trascinarsi nel tempo, né come l’origine di un’inimicizia irrimediabile.

Lo inserì invece in un ragionamento sulla sincerità e sulle sue conseguenze. Se si sceglie di essere urticanti, spiegava in sostanza, bisogna mettere in conto che la persona davanti possa rispondere usando la stessa moneta. Fo aveva espresso il proprio giudizio senza troppi riguardi; Battiato aveva replicato eliminando direttamente i riguardi rimasti.

«Eravamo sullo stesso piano, a quel punto», fu il suo commento.

Una ricostruzione che restituisce bene il carattere di Battiato, generalmente associato alla spiritualità, alla meditazione, alla ricerca mistica e a quel tono apparentemente distante con cui parlava di quasi tutto. Apparentemente, appunto. Perché il musicista siciliano possedeva anche un’ironia secca e un’indole assai poco disposta alla riverenza, comprese quelle occasioni nelle quali si trovava davanti uno dei nomi più autorevoli della cultura italiana.