Nostalgia 2000, quanto cazzo era trasgressivo Lucignolo


Per NonSolo.TV non sei un numero.

E per questo proviamo ancora a fare una cosa che oggi sembra quasi fantascienza: scrivere articoli pensati per esseri umani e non soltanto per gli algoritmi.

Se apprezzi questo approccio, puoi:



7 febbraio 2003. (O forse 23 marzo, anche Wikipedia non ne è certa)

In seconda serata, su Italia 1, la TV dei ggiovani (ai tempi lo si scriveva con due g) per eccellenza, va in onda un programma destinato a segnare la prima parte degli anni zero.

Con la chitarra di Smoke on the Water si presenta ai telespettatori Lucignolo, un programma in cui la voce di Maurizio Trombini (che fa molto Jack Folla) introduceva filmati dedicati – ci rifacciamo anche in questo caso a Wiki – “al mondo dei giovani, fatto di eccessi e follie, di mode e manie, di divertimento e di ribellione”.

La struttura del programma era interessante (i servizi andavano intrecciandosi fra di loro) ed aveva un qualcosa di clamorosamente trasgressivo: forse il packaging (con la ieratica voce del commentatore che sovrastava le immagini di una sfocata città notturna ad alternarsi tra uno spezzone e l’altro), forse la mia età che mi rendeva decisamente meno blasé, forse i temi trattati (che vedremo fra qualche riga), forse la messa in onda in seconda serata.

Non che fossi un aficionado del programma, ma quelle volte che mi capitava di vederlo lo vivevo come un guilty pleasure. Ero guilty di vedere qualcosa di decisamente poco elevato (candidato a diversi Telegatti, vincerà viceversa due Teleratti) ed ero guilty di fare le ore piccole.

Ore piccole in periodi dell’anno in cui l’inverno s’allontanava e l’estate s’avvicinava sempre di più. In quel periodo bellissimo che è la primavera – periodo che promette l’avvento dell’estate, che per un ragazzino vuol dire la sospensione delle lezioni, e che vede anche le giornate allungarsi, con il clima che diventa a sua volta più mite.

Ed ho il ricordo di trovarmi nella stanzetta che oggi è di mio fratello, davanti al tubo catodico che sarà stato una quindicina di pollici o giù di lì, di notte. Con la finestra leggermente aperta, con un po’ di aria fresca primaverile ad entrare dentro, mi sembrava di guardare dalla serratura le vite degli altri. Ecco, mi dava questa sensazione: di guardare dalla serratura le vite degli altri.

Non so se questo ricordo può essere collegato a quella prima edizione; o magari a quella del 2005 – edizione iniziata ad aprile e terminata a fine giugno, nei giorni in cui mi sarei maturato.

Una maturità che avrei preso a stento, ché lo studio non era esattamente la mia passione, ma sicuramente il problema non era vedere Lucignolo. Il problema sarebbe stato vedere solo Lucignolo.

Lucignolo, i temi e quella voglia di scandalizzare

Lucignolo oggi è quasi un lost media.

Non propriamente, perché qualcosa si trova ancora, ma su YouTube ci sono soprattutto spezzoni, servizi isolati, frammenti di puntate. Cercando mi sono imbattuto in una puntata intera e in un’altra non completa: abbastanza per riassaporare il programma, poco per ricostruire anni di trasmissione.

E soprattutto vedere un singolo servizio è diverso dal ritrovarsi dentro quel montaggio, con una storia lasciata in sospeso per passare ad un’altra e poi ad un’altra ancora, mentre la voce di Lucignolo teneva tutto assieme.

In una puntata recuperabile c’è la (quantomai inutile) cronaca della vita da spiaggia di alcuni calciatori, quando i calciatori erano i vipponi veri agognati dalle veline di turno – mentre oggi probabilmente i trapper lo sono di più (e le influencer sono la nuova categoria più o meno sgallettata che punta alla visibilità gossippara); poi in un altro spezzone di puntata c’è un servizio boomer (quando il termine boomer non si usava così) dedicato all’internet e in assoluto ci sono – sparsi – diversi servizi dedicati alle mode giovanili.

Riguardarli permette di ritrovare lo spirito del tempo, ma anche un certo modo di raccontare i giovani. Con la sensazione che la ricerca fosse dettata, più che da un eventuale (ma inesistente) interesse sociologico, dalla volontà di trovare qualcosa che potesse scandalizzare il pubblico: gli adulti, certamente, ma anche gli stessi ragazzi.

Perché i ggiovani di Italia 1, almeno nella mente di chi decideva cosa mandare in onda, probabilmente non erano poi così alternativi, anzi: erano dei bravi ragazzi che qualche ora prima vedevano Dawson’s Creek e che invece su Lucignolo potevano osservare gruppi di coetanei da cui prendere le distanze.

Erano per altro tempi decisamente più ingenuotti, almeno rispetto alla quantità di cose che potevamo vedere senza alzarci dalla sedia. Internet c’era, ci passavamo già del tempo, ma poteva ancora essere un programma televisivo a mostrarti per la prima volta un certo ambiente o un certo modo di divertirsi.

E a decidere come presentartelo.

Spazio quindi alle sottoculture varie ed eventuali: dagli skinhead (per una scelta editoriale decisamente borderline) agli hardcore warrior, amanti di una musica già di per sé lungi dall’essere mainstream, con una danza decisamente aggressiva – così come la loro estetica.

Bastava guardarli per avere l’impressione di essere finiti in un posto in cui forse non saresti voluto entrare o in cui, al limite, avresti voluto dare un’occhiata, purché accompagnato da qualcuno che sapesse come muoversi (il Nostro Lucignolo).

Poi c’erano i nerd che facevano giochi di ruolo e si travestivano da vampiri. Ed in questo caso il tono, almeno per come percepisco riguardandoli, arrivava ai limiti dello sfottò.

D’altra parte sarebbe stato più difficile trattare allo stesso modo gli skin.

Lucignolo, la bellavita e il tentativo di tornare in onda

Con il passare degli anni il programma avrebbe insistito sempre più sulla bellavita, diventata anche parte del titolo delle edizioni estive. Vip, locali, vacanze: tutto quel repertorio che prometteva di mostrare come si divertiva chi poteva permettersi di farlo (i Briatori, insomma).

Lo stesso Trombini, in un’intervista dell’ottobre 2018 a voci.fm, avrebbe parlato di un progressivo avvicinamento al gossip e di un cambiamento radicale rispetto ai primi servizi clamorosamente innovativi (e trasgry).

Ma tant’è, poi è arrivato il 2008 e (probabilmente complice la crisi dei subprime) Lucignolo ha chiuso, che non era di buon gusto mettere in mostra la bella vita e l’asticella della trasgressione s’era già alzata.

Dopo la conclusione del primo ciclo, Lucignolo sarebbe tornato nella stagione 2013-2014 con il nome di Lucignolo 2.0 – ché in quegli anni per aggiornare qualcosa sembrava quasi obbligatorio aggiungere 2.0.

Il tentativo non avrebbe riportato il programma ai fasti precedenti. Dalla seconda puntata la formula cambiava: furono scelti Enrico Ruggeri e Marco Berry alla conduzione e venne congedata la storica voce di Trombini – una trasformazione radicalle per una trasmissione che su quella voce aveva costruito buona parte della propria identità.

Il programma sarebbe andato avanti fino alla primavera del 2014, senza un’ulteriore stagione.

Di Lucignolo non c’era più necessità, evidentemente.

Per guardare le vite degli altri non occorreva più aspettare la seconda serata di Italia 1 e le sottoculture sul web andavano trovando sempre più spazio (e in alcuni casi anche maggior dignità, senza l’occhio luciferino quantomai giudicante).

Rimane comunque nell’immaginario collettivo quell’assolo di chitarra ad introdurre la voce di Trombini che ci guida tra le strade di città, con quella vista appannata che nemmeno dopo una serata quantomeno impegnativa.

E a me personalmente torna in mente la stanzetta, l’aria fresca dalla finestra. E io che avrei dovuto spegnere perché il giorno dopo c’era scuola, ma volevo vedere come continuava quel servizio.