Il finale di E venne il giorno spiegato senza teorie forzate: Shyamalan, il senso dell’ambiguità e perché non esiste alcun sequel.
Ci sono film che invecchiano male e altri che, col tempo, cambiano semplicemente posto sugli scaffali mentali di chi li guarda. E venne il giorno (The Happening, 2008) appartiene alla seconda categoria. All’uscita fu accolto con scetticismo, quando non con aperta derisione (nonostante l’importante risultato al botteghino: oltre 160 milioni a fronte di una 60ina di budget); oggi continua a dividere, ma per ragioni diverse. Non perché sia diventato improvvisamente un capolavoro, bensì perché la sua ambiguità — soprattutto nel finale — è stata finalmente presa sul serio.
Il punto è semplice e insieme spiazzante: E venne il giorno non offre una spiegazione definitiva, e non perché Shyamalan “non l’abbia pensata”, ma perché non vuole offrirla. Il film racconta un’epidemia di suicidi improvvisi e inspiegabili che attraversa gli Stati Uniti, seguita dal punto di vista di Elliot, insegnante di scienze, mentre il mondo sembra collassare senza un nemico visibile. Quando tutto finisce, semplicemente smette. L’evento si dissolve, i superstiti tornano a una parvenza di normalità e lo spettatore resta con la sensazione che manchi un ultimo pezzo del puzzle.
Quel pezzo, in realtà, non è mai stato promesso.
Durante la promozione del film, Shyamalan spiegò di essersi ispirato a due suggestioni molto precise: da un lato la lettura della biografia di Albert Einstein, dall’altro alcuni studi scientifici sul comportamento difensivo di alghe e piante. Einstein — raccontava Shyamalan — arrivò a intravedere “la mano di Dio” proprio nei punti in cui la scienza non riusciva a dare risposte definitive. Le alghe, invece, producono tossine come forma di autodifesa. Mettere insieme questi elementi significava costruire una storia dove scienza e fede, razionalità e mistero, non si risolvono a vicenda.
Ecco perché il film insiste su una teoria — quella delle piante che rilasciano una tossina neurochimica — senza mai certificarla davvero. È una spiegazione plausibile, coerente con il personaggio di Elliot e con il suo bisogno di razionalizzare l’orrore, ma resta tale: una teoria. Il senso del finale è tutto lì. L’evento non viene spiegato perché, per Shyamalan, non tutto è spiegabile.
Negli anni, questa scelta è stata riletta in modi molto diversi. C’è chi ha visto nel film una rilettura consapevole dei B-movie fantascientifici anni ’50, con il loro moralismo ambientale e i loro presupposti assurdi trattati con serietà apparente. Altri hanno colto un tono da commedia deadpan, quasi una parodia recitata con faccia serissima, dove l’eccesso — Mark Wahlberg (che interpreta il protagonista, Elliott)che parla alle piante, dialoghi volutamente stranianti — diventa linguaggio. Altri ancora hanno interpretato E venne il giorno come un film sul trauma post-11 settembre, sull’ansia collettiva e sulla paura di una minaccia invisibile che può colpire chiunque, ovunque, senza motivo.
Tutte letture legittime, proprio perché il film non ne impone una sola.
Giunti a questo punto è giusto chiarirlo una volta per tutte: non esiste alcun sequel ufficiale di E venne il giorno. Né annunciato, né prodotto, né in sviluppo. Le voci su collegamenti con altri film di Shyamalan sono sempre rimaste esercizi interpretativi, non progetti reali. Il finale è definitivo proprio perché incompleto. Chiuderlo con un seguito probabilmente significherebbe tradirne il senso.
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