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E per questo proviamo ancora a fare una cosa che oggi sembra quasi fantascienza: scrivere articoli pensati per esseri umani e non soltanto per gli algoritmi.
Se apprezzi questo approccio, puoi:
C’è un film che sembra arrivato dagli albori del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere o quasi. Sembra una pellicola consumata dal tempo, quasi illeggibile, giunta a noi quasi per caso – ma in realtà si tratta di un effetto studiato, al fine di dare l’idea di un film trovato quasi per caso in un archivio polveroso, con la datazione incerta e l’aura del reperto archeologico. Ma Begotten è lungi dall’essere un reperto archeologico: ha poco più di trentacinque anni. Abbastanza però per costruirsi una reputazione da film maledetto, uno dei più disturbanti e incomprensibili mai realizzati.
Dietro questa opera che ha rivoluzionato il film dell’orrore c’era un tizio che di cinema non ne sapeva praticamente nulla.
Un dio che si sventra (e un regista che non sapeva usare la macchina da presa)
Prima di essere un film, Begotten era una performance teatrale. E. Elias Merhige – all’epoca più interessato al teatro sperimentale che al cinema – aveva fondato una compagnia chiamata Theater of Material e lavorava su temi come morte, rinascita e spiritualità. L’idea iniziale era mettere in scena la morte di Dio e la nascita di Madre Terra attraverso una rappresentazione ritualistica, quasi immersiva (addirittura pensava di costruire le scenografie intorno al pubblico, cosa che probabilmente avrebbe fatto fallire qualsiasi compagnia con un budget normale).
I costi per realizzare l’idea erano proibitivi e così Merhige ripiegò sul cinema, mantenendo però l’impostazione concettuale della performance.
Con un budget di circa 30.000 dollari (che per un film sono praticamente nulla), Merhige si è accollato quasi tutto: sceneggiatura, regia, fotografia, effetti speciali. Il problema era che non sapeva come si usasse una macchina da presa, né come si sviluppasse una pellicola, né tantomeno come funzionasse una camera oscura. Quindi ha fatto l’unica cosa possibile: ha sperimentato.
La sperimentazione ossessiva dietro Begotten
Il risultato è quella che vediamo: immagini manipolate chimicamente, contrasto spinto al limite, dettagli distrutti, volti trasformati in maschere. Per intervenire sulla pellicola in modo ancora più massiccio, Merhige ha costruito una stampante ottica usando pezzi di ricambio di vecchie fotocamere. Una cosa gigantesca, fatta praticamente da zero.
Usarla non era esattamente pratico: ci volevano dieci ore per ottenere un minuto di film finito. Dieci ore. Per un minuto.
Anche la colonna sonora ha seguito lo stesso approccio maniacale: suoni minimali, ambient, composti da cinguettii di uccelli, vento tra gli alberi e battiti cardiaci. Ci hanno messo più di un anno a registrarla, arrivando persino a catturare il suono dei passi sulla ghiaia in stagioni diverse per avere una resa completa.
Un’attenzione al dettaglio ai limiti del maniacale che ha fatto sì che l’opera sembra arrivare da un altro mondo (e da un’altra epoca, dicevamo – ma arriva appena dal 1990).
Ma veniamo al film: il film si apre con una figura identificata come Dio che si sventra compulsivamente con un rasoio. Dal suo corpo nasce una figura femminile associata alla Madre Terra, e da lì in avanti è un susseguirsi di immagini simboliche che aprono a qualsiasi tipo di interpretazione (o forse a nessuna).
Begotten e l’impossibilità di vendersi: Due anni di porte in faccia
Finito il film, iniziava la parte difficile: venderlo. Ma come fai a distribuire un’opera senza dialoghi, senza attori famosi, senza trama convenzionale, fatta solo di immagini disturbanti e simboliche?
I distributori si tirarono indietro. Per due anni Merhige provò a trovare qualcuno interessato, senza successo. Così, scoraggiato, iniziò a organizzare proiezioni private, a farlo vedere in musei e circoli cinematografici.
Ed è così che artisti e intellettuali iniziarono a sostenere il film, tra cui Susan Sontag (scrittrice e critica statunitense). Begotten arrivò quindi al San Francisco International Film Festival, attirando l’attenzione di cinefili e registi. Si dice che persino Werner Herzog (eminenza del cinema tedesco, appassionato di opere estreme) abbia partecipato a una proiezione e si sia espresso favorevolmente.
Negli anni successivi Begotten venne distribuito in VHS e DVD, ma le copie andarono presto fuori catalogo. Oggi reperire una copia fisica è difficile e il prezzo è discretamente elevato (una videocassetta su eBay parte da una trentina d’euro).
Le leggende (false) e l’influenza (vera)
Poiché il film era difficile da reperire legalmente, iniziò a circolare tramite copie bootleg, duplicazioni VHS e, successivamente, su internet – diventando una sorta di creepypasta visuale. Su YouTube, TikTok, ovunque: gli spezzoni decontestualizzati di Begotten continuano a inquietare anche i più giovani.
La scarsa reperibilità, le copie pirata, l’aspetto da rituale ancestrale filmato chissà come: tutto questo ha portato molti a pensare che Begotten fosse un film maledetto, addirittura uno snuff movie. Dopotutto ne aveva le caratteristiche: violenza rituale, figure sconosciute, nessuna trama, quell’aspetto degradato da found footage.
Altri ci hanno visto satanismo (il film si apre con la morte di una figura identificata come Dio, cosa che per alcuni è stata una provocazione blasfema). Tutto falso. Non è uno snuff movie, non è un film satanista. È arte, carissimi, e probabilmente siete troppo poco intellettuali per capirla (si scherza, eh).
Al di là delle battute, ciò che è certo è che Begotten riesce a trasmettere una sensazione difficile da spiegare, a cavallo tra l’onirico e il reale.
Tra gli appassionati c’è anche Marilyn Manson, rimasto colpito dall’estetica del film tanto da collaborare con Merhige per alcuni videoclip che riprendono le stesse atmosfere.
Ma l’influenza di Begotten va ben oltre la passione del Reverendo. Se oggi internet è pieno di video che sembrano provenire da videocassette dimenticate, di analog horror come Local 58 e The Mandela Catalogue, lo dobbiamo in parte anche a questo film. Begotten faceva tutto questo più di trent’anni fa, quando il termine “analog horror” non esisteva nemmeno e internet era poco più che l’esperimento tra università lanciato alla fine dei ’60.
Sarebbe sbagliato dire che l’analog horror nasce con Begotten, ma è difficile non notare le somiglianze: quel senso di marcio, il mistero incomprensibile, la sensazione costante di star guardando qualcosa che non dovrebbe esistere. (O che comunque non dovrebbe trovarsi davanti ai nostri occhi). È come trovare una vecchia videocassetta senza etichetta in una soffitta abbandonata: non sai a chi sia appartenuta, non capisci quello che stai vedendo, ma sai che ti mette a disagio.
E se Begotten è diventato leggenda è perché nessuno è mai riuscito a spiegarlo davvero ed è questo il suo più grande punto di forza: i mostri si possono immaginare, la violenza si può raccontare, ma l’ignoto continuerà sempre a spaventarci – più di ciò che è noto, più di ciò che è esplicito.