Lupita Nyong’o, già Oscar come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in 12 anni schiavo, già donna più bella del mondo secondo People, già studentessa a Yale — presso la School of Drama della prestigiosa università americana — prossima Elena nella Odissea di Christopher Nolan, scivola su una nozione che per tanti di noi sembra quasi banale ma che evidentemente per una parte del mondo non lo è. Nonostante la parte nel film basato sul poema omerico e nonostante gli studi di un certo livello, non ne aveva sentito parlare prima.
La rivelazione arriva in una lunga intervista concessa a Elle, nella quale l’attrice racconta il suo ingresso nel cast di The Odyssey, il nuovo colossal diretto da Christopher Nolan. Un progetto enorme, con un cast che comprende tra gli altri Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Robert Pattinson e Charlize Theron. Ma il passaggio che ha attirato l’attenzione più di tutti non riguarda Hollywood, i budget o la lavorazione del film.
Riguarda invece il momento in cui Nyong’o ammette candidamente: “Non avevo idea di cosa fosse The Odyssey”. Una frase pronunciata senza provocazione e senza imbarazzo, quasi con naturalezza. Nell’intervista racconta di essere andata “completamente alla cieca” all’incontro con Nolan e di essersi resa conto soltanto dopo di quanto poco conoscesse quel mondo narrativo.
Un classico universale? Dipende da dove si guarda il mondo
Per chi è cresciuto in Italia, il fatto che una persona colta, premiata e formata in una delle università più prestigiose degli Stati Uniti non conoscesse l’Odissea può sembrare strano. Il poema attribuito a Omero attraversa programmi scolastici, adattamenti televisivi, citazioni continue, perfino modi di dire quotidiani. Ulisse è quasi una figura familiare.
Ma il punto interessante sta proprio qui: quello che consideriamo “universale” spesso è soltanto occidentale, o addirittura europeo. Nyong’o è nata in Messico da famiglia kenyota, è cresciuta tra Kenya e Stati Uniti e ha avuto un percorso culturale diverso da quello mediterraneo o classico che in Italia viene dato quasi per scontato.
Nell’intervista spiega di aver studiato alcuni monologhi legati alla mitologia greca durante gli anni a Yale, ma senza una conoscenza reale delle opere omeriche. Quando Nolan le ha consegnato la sceneggiatura, racconta di aver recuperato immediatamente il materiale: “È stato un corso accelerato. Ho preso i libri e li ho letti subito”. Poi aggiunge anche di aver ascoltato l’Iliade in audiolibro, definendolo “il miglior audiolibro” mai sentito.
Colpisce anche la semplicità con cui ne parla. Nessun tentativo di mascherare la cosa, nessuna costruzione artificiale. Solo una constatazione: non conosceva quell’opera e ha iniziato a studiarla quando il film è entrato concretamente nella sua vita.
Il casting di Nolan e il dibattito che puntualmente ritorna
Nel film Nyong’o interpreterà Elena di Troia. Una scelta che, inevitabilmente, ha già acceso discussioni online (con accuse assortite di blackwashing). Nell’intervista l’attrice affronta anche questo tema, ricordando come si tratti di una storia mitologica e sottolineando che il cast del film “rappresenta il mondo”.
In realtà il dibattito attorno ai grandi adattamenti moderni dei classici è diventato quasi automatico. Succede con Shakespeare, con i remake Disney, con le produzioni fantasy e ora anche con Omero. Nolan, da questo punto di vista, sembra interessato più alla forza simbolica dei personaggi che a una ricostruzione filologica in senso stretto.
Nyong’o, però, evita accuratamente di trasformare la questione in uno scontro ideologico. Anzi, uno degli aspetti più interessanti dell’intervista è proprio la sua prudenza. Non anticipa dettagli sul film, non cerca polemiche e non forza discorsi teorici. Racconta soprattutto il lavoro sull’interpretazione di Elena, figura che definisce “iconica”, spiegando di essersi concentrata più sull’identità del personaggio che sulla semplice idea di bellezza.
Quando le viene chiesto cosa significhi interpretare “il volto che ha lanciato mille navi”, risponde quasi smontando il concetto stesso: “Non puoi interpretare la bellezza”. E subito dopo aggiunge che il vero lavoro sta nel capire “chi è il personaggio” e cosa ci sia “oltre l’aspetto esteriore”.
E forse è proprio questo il dettaglio più curioso dell’intera storia: una delle attrici più celebri del cinema contemporaneo entra nell’universo di Omero quasi da esterna, senza il peso scolastico o culturale che molti europei si portano dietro fin dall’adolescenza, e non è detto che – al netto del nostro shock (particolarmente accentuato in noi che abbiamo studiato al Classico, che riteniamo già scioccante una trasposizione filmica holliwoodiana in sé) – questo sia un male.
(Nota finale: l’immagine in evidenza vede in contrasto l’attrice kenyana e la statua di Elena di Troia realizzata da Antonio Canova nel 1800. Da segnalare come quest’ultima sia stata realizzata con una persona realmente esistente – Isabella Teotochi Albrizzi – a ispirare il personaggio; non ci trovate in questo nulla di scandaloso?)
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