Lun. Dic 6th, 2021
paolo becchi

Paolo Becchi, il filosofo ed editorialista genovese, si scaglia contro l’allarmismo generato dalla stampa nazionale che confonde (o finge di confondere) i dati, giornalieri e puntuali, del numero dei contagiati con il numero dei malati, sovrapponendo tabelle e tesi poco scientifiche volte a mistificare e terrorizzare più che informare.

Di contro, gran parte dell’ambiente medico-scientifico, in special modo coloro i quali hanno affrontato l’evento tra le corsie d’ospedale dei luoghi più colpiti, afferma che vi è stata non solo una diminuzione ma addirittura un arresto delle complicanze da COVID-19 che richiedevano un intervento di terapia intensiva, svuotando di fatto gli ospedali.


Differenze tra Italia e Germania

Becchi, a tal proposito, pone l’accento su una differenza che ha riscontrato tra Italia e Germania: mentre nel Bel Paese, in cima alla lista dei bestseller di questo periodo troviamo il libro del virologo più famoso d’Italia, Roberto Burioni, dal titolo “Virus, la grande sfida. Dal coronavirus alla peste: come la scienza può salvare l’umanità“, libro scritto necessariamente molto in fretta e carente delle nuove informazioni apprese riguardo al virus nei mesi successivi vista la data di pubblicazione datata al 10 marzo 2020, in Germania è bestseller da un mese il libro del professore di epidemiologia e infettivologia Sucharit Bhakdi, scritto a quattro mani con Karina Reiss, “Corona Fehlalarm?” (“Falso Allarme Corona?”), nel quale si riscontra una narrativa degli eventi differente rispetto a quella offerta dai media e da Burioni nel suo libro.

Volendo semplificare all’essenziale“, scrive Becchi, il libro “fa notare il semplice fatto che se il 90% delle persone che risultano positive non si accorgono di avere il virus perché non hanno sintomi, questo significa che sono già immunizzati, allo stesso modo in cui milioni di persone ogni inverno non si accorgono di essere contagiati dal virus influenzale e solo con un test risulterebbe “contagiati”. E argomenta che è assurdo illudersi di impedire la diffusione di un virus che 8 o 9 persone su 10 non si accorgono neppure di avere, mentre è logico lasciare che la popolazione si immunizzi.”

Un discorso del genere, argomenta il filosofo, è sicuramente più facile da accettare in Germania visto che la mortalità lì è stata molto più bassa rispetto a Paesi come l’Italia, la Spagna o la Gran Bretagna; il motivo di ciò potrebbe provenire dall’adozione da parte dei tedeschi della politica di non far entrare negli ospedali pazienti Covid che potessero infettare gli altri malati e di non mescolarli con le persone presenti nelle case di riposo. Tutto il contrario dell’Italia.

Riguardo al “tasso di riproduzione” del virus tanto citato dagli esperti, continua Becchi, sin da inizio marzo mostrava una curva discendente e non, come qualcuno vuol fare intendere, grazie al “lockdown” adottato dal governo ma bensì spontaneamente, come dimostrano i dati degli altri Paesi europei che hanno visto questo trend in discesa adottando misure di contenimento molto più “soft” e comunque posteriori alle nostre datate 13 marzo.


Svezia e Italia a confronto

Nel libro Bhakdi è ovviamente citata anche la Svezia che non ha fatto alcun tipo di lockdown. Scuole, bar, ristoranti aperti e non ha avuto più morti di Italia, Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Osservando i dati dell’osservatorio europeo sulla mortalità si nota come la Svezia abbia avuto un andamento simile all’Italia, con un picco di morti più basso e un calo più lento. “Non solo la mortalità totale“, scrive ancora il filosofo, “ma anche a differenza di decessi associati al Covid è leggermente a loro favore, 587 decessi per milione di persone in Italia e 571 decessi per milione in Svezia.”

La non adozione del lockdown ha portato la Svezia ad essere l’unica (insieme alla Cina) ad avere avuto un incremento del PIL nell’ultimo trimestre. Non avendo chiuso nulla la Svezia ha perso solo l’8% del PIL a fronte del – 17% dell’Italia e del -20% di Spagna e Gran Bretagna.

Parliamo di una differenza“, conclude Becchi, “di 9 punti di PIL cioè 150 miliardi in meno per l’Italia (rispetto a quella che è la riduzione di reddito in Svezia). Con 150 miliardi si possono finanziare cure mediche e ospedali e consentire ai giovani di avere un reddito e fare figli. Noi abbiamo distrutto l’economia del nostro paese per niente, come ci mostrano oggi i virologi tedeschi e come mostrano le statistiche dei decessi e quelle economiche“.


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