Dom. Set 25th, 2022

Un popolo di inetti.

Un popolo di sciacalli.

E’ quello che siamo diventati, parrebbe, a leggere le cronache che affollano i nostri giornali / i nostri siti web.

Ad inizio mese, a Civitanova Marche, un nigeriano è stato ucciso da un passante, per futili motivi.

Soffocato al suolo, filmato, con nessuno capace di intervenire per fermare la furia di un italiano trasformatosi d’un tratto in omicida.

Agghiacciante, in quella circostanza, il fatto che qualcuno ha avuto il coraggio di riprendere la scena, senza intervenire.

Come all’alba di ieri a Piacenza, dove una 55enne ucraina è stata violentata da un uomo di 27 anni.

Nel pieno centro storico della città, intorno alle 6. L’uomo è stato poi arrestato dalla polizia, ma a far specie – anche in questo caso – il fatto che qualcuno abbia filmato la scena dal proprio balcone. In silenzio, senza intervenire. Nemmeno un urlo, un qualsiasi segno di vita.

Pura pornografia, vita spiata dalla fessura.

Fatti avvenuti a qualche decina di metri, divenuti d’un tratto distanti solo perché ripresi dall’occhio della telecamera (dello smartphone).

Il video è poi divenuto materiale di ricerca sul web, divenuto virale su Twitter (che fortunatamente ha preso a rimuovere il video).

Un popolo di inetti, di guardoni.

E di sciacalli, scrivevo.

Perché tanto nel caso di Civitanova Marche quanto in questo tremendo caso emiliano uomini, donne, politici e non (ma tendenzialmente di segno opposto) si sono scatenati alla ricerca di un movente razzista (nel primo caso) e della radice del male nella razza dello stupratore (un richiedente asilo della Guinea), quando si tratta di violenze da condannare e basta – sia sul piano del giudizio personale che su quello del giudizio in un’eventuale aula di tribunale.

Ma prima ancora dovremmo smettere di osservare la vtita che ci scorre davanti, a qualche decina di metri di noi.

Perché non è solo uno stupro o un omicidio: è la nostra vita di cui dovremmo essere protagonisti. E smettere i panni di passivi guardoni, abili al massimo a condannare a posteriori con 280 caratteri o giù di lì.


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