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	<title>Curiosità Archivi - NonSolo.TV</title>
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	<description>TV, personaggi e storie tra nostalgia, curiosità e cultura pop</description>
	<lastBuildDate>Tue, 22 Sep 2026 11:51:00 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Curiosità Archivi - NonSolo.TV</title>
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		<title>Rodney Alcala, il serial killer che vinse un appuntamento in TV: la storia vera dietro Woman of the Hour</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 11:50:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse dovremmo lanciare una rubrica sul lato oscuro della televisione. Se non fosse che rischierebbe di diventare una delle tante nostre geniali idee alle quali poi non diamo seguito. Dopo aver raccontato la vicenda di Miriam Rivera, protagonista di un reality costruito intorno alla sua identità di donna trans e morta nel 2019 in quello ... <a title="Rodney Alcala, il serial killer che vinse un appuntamento in TV: la storia vera dietro Woman of the Hour" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/rodney-alcala-il-serial-killer-che-vinse-un-appuntamento-in-tv-la-storia-vera-dietro-woman-of-the-hour/" aria-label="Per saperne di più su Rodney Alcala, il serial killer che vinse un appuntamento in TV: la storia vera dietro Woman of the Hour">Leggi tutto</a></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo lanciare una rubrica sul lato oscuro della televisione. Se non fosse che rischierebbe di diventare una delle tante nostre geniali idee alle quali poi non diamo seguito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver raccontato la vicenda di <a href="https://www.nonsolo.tv/theres-something-about-miriam-la-verita-sul-terribile-reality-e-sulla-morte-di-miriam-rivera/" data-type="post" data-id="59431">Miriam Rivera, protagonista di un reality costruito intorno alla sua identità di donna trans</a> e morta nel 2019 in quello che fu classificato come un suicidio (una ricostruzione mai accettata dal marito), oggi parliamo di <strong>Rodney Alcala</strong>. Un uomo che nel 1978 si presentò davanti alle telecamere di un popolare programma televisivo statunitense, rispose a qualche domanda ammiccante e vinse un appuntamento con una concorrente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dettaglio trascurabile era che Alcala fosse un violentatore già condannato e un assassino seriale nel pieno della propria attività. Al momento della registrazione erano già avvenuti cinque degli omicidi per i quali sarebbe stato successivamente riconosciuto colpevole.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il concorrente numero uno di <em>The Dating Game</em></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel settembre del 1978 Rodney Alcala aveva 35 anni, i capelli lunghi, un sorriso piuttosto sicuro e si presentava come fotografo. Fu scelto per partecipare a <em>The Dating Game</em>, programma nato nel 1965 e costruito intorno a un meccanismo semplice: una donna doveva scegliere fra tre uomini che non poteva vedere, affidandosi esclusivamente alle loro risposte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una specie di appuntamento al buio, ma con un pubblico in studio e le risate registrate al momento giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcala era il “concorrente numero uno”. Il conduttore Jim Lange lo presentò come un fotografo di successo appassionato di paracadutismo e motociclismo. Dall’altra parte del pannello c’era <strong>Cheryl Bradshaw</strong>, che a un certo punto gli domandò che cosa sarebbe stato se lei lo avesse servito a cena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Mi chiamano la banana e sono molto appetitoso», rispose Alcala. Quando Cheryl gli chiese di spiegarsi meglio, lui aggiunse: «Sbucciami».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pubblico rise. Lei scelse proprio lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il premio non era il viaggio a Carmel mostrato nel film, ma comprendeva lezioni di tennis e biglietti per il parco divertimenti Magic Mountain. Poco importa: l’appuntamento non ci fu mai. Una volta incontrato Alcala senza più il pannello a separarli, Cheryl avvertì qualcosa che durante il programma non aveva potuto vedere. Chiamò la produzione e disse di non voler uscire con quell’uomo perché lo trovava inquietante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche Jed Mills, uno degli altri concorrenti, aveva avuto la stessa impressione. Raccontò che, dietro le quinte, Alcala gli si era avvicinato dicendo: «Io riesco sempre ad avere la mia ragazza». Una frase che avrebbe assunto un significato decisamente diverso qualche anno più tardi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Due condanne prima dell’apparizione in televisione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La storia diventa ancora più assurda se si considera che Rodney Alcala non era un uomo sul quale non esistessero informazioni. Il suo passato criminale era già abbastanza corposo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 25 settembre 1968 un automobilista lo vide convincere <strong>Tali Shapiro</strong>, una bambina di otto anni, a entrare nel suo appartamento di Hollywood. Chiamò la polizia, che riuscì a intervenire e a trovare la bambina ancora viva. Alcala, invece, fuggì prima dell’arrivo degli agenti e si trasferì a New York usando il nome di John Berger.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si iscrisse alla New York University e continuò a spostarsi. Nel 1971 lavorava come animatore in un campo estivo del New Hampshire quando due ragazze riconobbero la sua fotografia su un manifesto dell’FBI. Fu arrestato ed estradato in California, ma nel frattempo la famiglia di Tali Shapiro si era trasferita in Messico e non volle sottoporre la bambina a un processo. L’accusa fu ridotta e Alcala uscì dal carcere nel 1974, dopo meno di tre anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due mesi più tardi aggredì una tredicenne. Tornò in prigione, scontò altri due anni e nel 1977 fu liberato come <strong>sex offender registrato</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un anno dopo era in televisione a cercare l’amore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La produzione di <em>The Dating Game</em> non conosceva i suoi precedenti. I controlli sui concorrenti erano molto diversi da quelli odierni e non esisteva ancora un archivio nazionale informatizzato attraverso il quale incrociare rapidamente le condanne registrate in Stati differenti. Sarebbe comunque difficile trovare una dimostrazione più brutale dei limiti di quella selezione: un uomo già condannato due volte per aggressioni sessuali venne presentato al pubblico come un affascinante fotografo scapolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le fotografie, il metodo e le vittime di Rodney Alcala</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La macchina fotografica era una parte essenziale del metodo di Alcala. Avvicinava ragazze e giovani donne dicendo di essere un professionista, proponeva loro un servizio fotografico e riusciva così a portarle in appartamenti, parchi o luoghi isolati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un periodo lavorò persino come tipografo al <em>Los Angeles Times</em>. Alcuni colleghi ricordarono che mostrava loro fotografie di ragazze nude, presentandole come immagini artistiche richieste dalle stesse famiglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la polizia perquisì un deposito da lui affittato a Seattle trovò centinaia di fotografie, insieme a oggetti appartenuti ad alcune vittime. Nel 2010 gli investigatori diffusero pubblicamente oltre cento immagini nel tentativo di identificare le persone ritratte. Molte donne si riconobbero e contattarono le autorità; numerosi volti, però, sono rimasti senza nome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 1977 e il 1979 Alcala uccise <strong>Jill Barcomb, Georgia Wixted, Charlotte Lamb, Jill Parenteau e Robin Samsoe</strong>, quest’ultima di appena dodici anni. A queste vittime si sarebbero aggiunte Cornelia Crilley ed Ellen Hover, uccise a New York rispettivamente nel 1971 e nel 1977.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel febbraio del 1979 Alcala caricò in auto la quindicenne <strong>Monique Hoyt</strong>. La portò nel deserto, la aggredì e la lasciò legata, convinto di averla completamente sottomessa. La ragazza riuscì invece a persuaderlo di voler mantenere il loro incontro segreto e di essere ancora interessata a lui. Alcala la liberò; durante una sosta a una stazione di servizio, Monique fuggì e chiese aiuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua denuncia portò all’arresto dell’uomo, che però uscì pagando la cauzione. Nei mesi successivi uccise Jill Parenteau e Robin Samsoe. È questa la vicenda ripresa nel finale di <em>Woman of the Hour</em>: il personaggio chiamato Amy è ispirato a Monique Hoyt, anche se il film modifica nomi, tempi e diversi particolari.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’arresto e tre condanne a morte</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Robin Samsoe scomparve il 20 giugno 1979 mentre stava andando a una lezione di danza. Alcune sue amiche raccontarono che, poco prima, un uomo con una macchina fotografica le aveva avvicinate sulla spiaggia. Il ritratto elaborato dalla polizia fu riconosciuto dall’agente che seguiva Alcala durante la libertà vigilata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 24 luglio 1979 il fotografo fu arrestato a casa dei genitori. Nel 1980 venne condannato a morte per il rapimento e l’omicidio di Robin, ma la sentenza fu annullata dalla Corte Suprema della California perché durante il processo erano state comunicate alla giuria informazioni considerate pregiudizievoli sui suoi precedenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un secondo processo portò a un’altra condanna a morte nel 1986. Anche questa venne successivamente annullata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, però, le tecniche di analisi del DNA erano cambiate. Gli investigatori riuscirono a collegare Alcala ad altri quattro omicidi avvenuti in California. Nel 2010 fu processato insieme per le morti di Robin Samsoe, Jill Barcomb, Georgia Wixted, Charlotte Lamb e Jill Parenteau.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Decise di difendersi da solo. Durante la propria testimonianza si rivolse domande con una voce e rispose usando un tono diverso, chiamandosi «signor Alcala». Mostrò persino alla giuria un frammento della partecipazione a <em>The Dating Game</em>, nel tentativo di dimostrare che alcuni orecchini trovati nel deposito di Seattle appartenessero a lui e non a Robin Samsoe. La strategia non funzionò: venne dichiarato colpevole di tutti e cinque gli omicidi e condannato a morte per la terza volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2012 si dichiarò colpevole anche degli omicidi di Cornelia Crilley ed Ellen Hover a New York. Le condanne accertate per omicidio diventarono così sette, mentre Alcala fu collegato dalle autorità ad almeno un’altra vittima. Il numero complessivo potrebbe essere molto più alto: l’ipotesi più estrema parla di circa 130 persone, ma non esistono prove sufficienti per trasformare quella stima in un dato certo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rodney Alcala morì per cause naturali il 24 luglio 2021, a 77 anni, in un ospedale della contea di Kings. Si trovava ancora nel braccio della morte della California.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa c’è di vero in <em>Woman of the Hour</em></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Uscito su Netflix nel 2024, <em>Woman of the Hour</em> è il debutto alla regia di <strong>Anna Kendrick</strong>, che interpreta anche Sheryl Bradshaw, versione ampiamente romanzata della vera Cheryl. Rodney Alcala ha invece il volto di Daniel Zovatto.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="740" height="519" src="https://www.nonsolo.tv/wp-content/uploads/2026/09/woman-of-the-hour.jpg" alt="" class="wp-image-59453" srcset="https://www.nonsolo.tv/wp-content/uploads/2026/09/woman-of-the-hour.jpg 740w, https://www.nonsolo.tv/wp-content/uploads/2026/09/woman-of-the-hour-300x210.jpg 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La sua partecipazione al programma e la successiva rinuncia di Cheryl all’appuntamento sono fatti reali. Molto di ciò che accade intorno è stato riscritto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel film Alcala è il concorrente numero tre, mentre nella trasmissione era il numero uno. Sheryl è un’attrice in cerca di un’occasione professionale; la vera Cheryl lavorava come insegnante di recitazione. L’uscita al bar, il numero telefonico falso e l’inseguimento nel parcheggio non sono documentati. Sappiamo soltanto che, dopo aver parlato con Alcala, Cheryl contattò la produzione e rifiutò di incontrarlo nuovamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È inventato anche il personaggio di Laura, la donna che riconosce Alcala tra il pubblico e prova inutilmente ad avvertire qualcuno. Rappresenta le molte persone che, nel corso degli anni, segnalarono quell’uomo senza riuscire a fermarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film evita saggiamente di trasformare Alcala in un antieroe affascinante. La parte più disturbante della storia non è la sua capacità di nascondersi: in numerose occasioni era stato visto, denunciato e persino condannato. Continuava però a tornare in libertà. Nel 1978 gli bastarono un completo marrone, qualche battuta a doppio senso e la qualifica di fotografo per entrare nel salotto degli americani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pubblico rideva. Cheryl Bradshaw impiegò pochi minuti, una volta spente le telecamere, per capire che con quell’uomo non voleva rimanere da sola.</p>
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		<title>Tony Effe corre per smettere di fumare, ma non chiamatelo sportivo: la strategia funziona?</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/tony-effe-corre-per-smettere-di-fumare-ma-non-chiamatelo-sportivo-la-strategia-funziona/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 07:21:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tony Effe non vuole fare la figura del bufu e così mette subito le cose in chiaro: no, non ha iniziato a correre perché vuole preparare una maratona o dedicarsi ad altre robe del genere che fanno crisi di mezza età. D’altra parte Nicolò Rapisarda ha 35 anni e non è sicuramente di mezza età, ... <a title="Tony Effe corre per smettere di fumare, ma non chiamatelo sportivo: la strategia funziona?" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/tony-effe-corre-per-smettere-di-fumare-ma-non-chiamatelo-sportivo-la-strategia-funziona/" aria-label="Per saperne di più su Tony Effe corre per smettere di fumare, ma non chiamatelo sportivo: la strategia funziona?">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Tony Effe non vuole fare la figura del <em>bufu</em> e così mette subito le cose in chiaro: no, non ha iniziato a correre perché vuole preparare una maratona o dedicarsi ad altre robe del genere che fanno crisi di mezza età. D’altra parte <strong>Nicolò Rapisarda ha 35 anni e non è sicuramente di mezza età</strong>, quindi per quello avrebbe comunque un certo anticipo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ragione delle sue corse quotidiane è un’altra e decisamente meno sportiva: Tony Effe ha smesso di fumare e, ogni volta che gli viene voglia di accendersi una canna, indossa le scarpe ed esce. Non corre perché gli piaccia, ha precisato. Corre per non fumare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapper ha raccontato di essere arrivato a quattro o cinque canne al giorno e di avere fumato quotidianamente per vent’anni, portandosi dietro il fumo persino alle Maldive senza preoccuparsi troppo di aeroporti, controlli o cani antidroga (veramente impavido, il Tony nazionale).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da circa due settimane, però, ha cambiato risposta: arriva la voglia, parte la corsa. <strong>Ma sostituire una canna con qualche chilometro può aiutare sul serio a smettere di fumare?</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché correre quando arriva la voglia ha una sua logica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La strategia contiene un’intuizione piuttosto sensata: interrompere il comportamento prima che parta l&#8217;automatismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi fuma regolarmente non sviluppa soltanto un rapporto con la sostanza. Ci sono orari, luoghi e piccoli rituali che finiscono per legarsi al consumo: il divano dopo cena, una pausa durante il lavoro, un momento di noia o una situazione particolarmente stressante. Con il tempo non serve neppure decidere di fumare. Il corpo sembra conoscere già la sequenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uscire a correre la spezza. Cambia l’ambiente, occupa il tempo nel quale la persona avrebbe probabilmente fumato e permette di attraversare la fase più intensa del desiderio. Il <em>craving</em> non cresce all’infinito: tende a raggiungere un picco e poi a diminuire, anche se naturalmente può presentarsi nuovamente poco dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è indispensabile correre dieci chilometri. Una passeggiata sostenuta, qualche esercizio o un giro in bicicletta possono svolgere una funzione simile, soprattutto quando l’obiettivo immediato è rimandare il gesto e lasciare passare l’impulso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sul tabacco gli effetti immediati sono documentati</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le prove più solide riguardano la dipendenza da nicotina. Una <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22861822/">meta-analisi pubblicata su</a> <em><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22861822/">Addiction</a></em> ha rilevato che brevi sessioni di attività fisica possono ridurre il desiderio di fumare nelle persone temporaneamente astinenti. Il beneficio compare durante o subito dopo l’esercizio e può proseguire nei minuti successivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una revisione più recente, pubblicata nel 2026 sul <em>Journal of Sport and Health Science</em>, ha analizzato 59 studi randomizzati che coinvolgevano complessivamente 9.083 adulti. Anche in questo caso l’esercizio è risultato utile soprattutto sul desiderio immediato, con effetti osservabili fino a circa mezz’ora dopo l’attività. Gli interventi più lunghi sono stati associati anche a una modesta riduzione del consumo giornaliero e a migliori probabilità di astinenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Modesta” è però la parola da tenere a mente. Sentire meno voglia dopo una corsa non significa automaticamente riuscire a non fumare per sei mesi. <strong>L’attività fisica può diventare un aiuto, non una cura autosufficiente</strong>, specialmente quando la dipendenza dura da molti anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non a caso, le <a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240096431">linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità</a> per la cessazione del tabacco puntano soprattutto sull’unione tra sostegno comportamentale e trattamenti di efficacia documentata. La corsa può entrare nel percorso, ma non sostituisce ogni altra forma di assistenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tony Effe parla di canne, e qui la faccenda cambia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una distinzione che nei titoli tende facilmente a perdersi: Tony Effe non ha raccontato di aver fumato quattro o cinque pacchetti di sigarette, bensì <strong>quattro o cinque canne al giorno</strong>. Le conoscenze ricavate dalla dipendenza da nicotina non possono quindi essere trasferite automaticamente alla cannabis.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la cannabis viene mescolata con il tabacco, le due astinenze possono inoltre sovrapporsi. Irritabilità, agitazione, difficoltà nel sonno e desiderio di fumare potrebbero dipendere dalla cannabis, dalla nicotina o da entrambe. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda specificamente la cannabis, le ricerche sull’esercizio sono ancora limitate e i risultati meno netti. Uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-026-40468-9">studio randomizzato pubblicato nel febbraio 2026 su</a> <em><a href="https://www.nature.com/articles/s41598-026-40468-9">Scientific Reports</a></em> ha seguito 46 adulti durante un ricovero per astinenza: un gruppo svolgeva ogni giorno 35 minuti di cyclette, l’altro esercizi di stretching.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso della settimana i sintomi e il desiderio di cannabis sono diminuiti in entrambi i gruppi, senza differenze significative attribuibili all’attività aerobica. La cyclette aveva prodotto alcuni miglioramenti nel sonno, ma non si è dimostrata superiore allo stretching nel ridurre craving e sintomi generali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non significa che correre sia inutile. Significa che, almeno per la cannabis, <strong>non possiamo presentare lo sport come un antidoto scientificamente dimostrato</strong>. Può distrarre, aiutare a regolare l’umore e costruire una routine alternativa; non cancella necessariamente gli effetti di un consumo quotidiano durato vent’anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La strategia di Tony Effe sta funzionando?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per il momento sì, nel senso più concreto possibile: Tony Effe racconta di essere arrivato a due settimane senza fumare e la corsa gli permette di superare alcuni momenti critici. Non è poco, soprattutto considerando la frequenza del consumo dichiarato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due settimane, però, descrivono l’inizio del percorso. L’astinenza da cannabis può comprendere insonnia, sogni particolarmente intensi, irritabilità, ansia, calo dell’appetito e umore depresso. Se i sintomi diventano difficili da gestire o iniziano a interferire con la vita quotidiana, affidarsi soltanto alle scarpe da corsa rischia di essere insufficiente: in quel caso ha senso rivolgersi a un medico o a un servizio specializzato nelle dipendenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto al pericolo di diventare improvvisamente uno sportivo, Tony Effe può stare tranquillo. Correre soltanto perché si ha voglia di fumare non obbliga a pubblicare il percorso su Strava, iscriversi alla maratona di New York o iniziare a discutere del proprio tempo sui cinque chilometri. Quella, eventualmente, sì, sarebbe un’altra dipendenza.</p>
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		<title>There’s Something About Miriam: la verità sul terribile reality e sulla morte di Miriam Rivera</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/theres-something-about-miriam-la-verita-sul-terribile-reality-e-sulla-morte-di-miriam-rivera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 17:32:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche tempo fa mi è capitato su Instagram un post dedicato a un reality intitolato, almeno nella versione social della storia, Tutti pazzi per Miriam. Sei concorrenti avrebbero corteggiato per settimane una donna che donna era, sì, ma trans, scoprendolo soltanto alla fine e finendo addirittura in cura per i problemi psichiatrici provocati dalla rivelazione. ... <a title="There’s Something About Miriam: la verità sul terribile reality e sulla morte di Miriam Rivera" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/theres-something-about-miriam-la-verita-sul-terribile-reality-e-sulla-morte-di-miriam-rivera/" aria-label="Per saperne di più su There’s Something About Miriam: la verità sul terribile reality e sulla morte di Miriam Rivera">Leggi tutto</a></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Qualche tempo fa mi è capitato su Instagram un post dedicato a un reality intitolato, almeno nella versione social della storia, <em>Tutti pazzi per Miriam</em>. Sei concorrenti avrebbero corteggiato per settimane una donna che donna era, sì, ma trans, scoprendolo soltanto alla fine e finendo addirittura in cura per i problemi psichiatrici provocati dalla rivelazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il massimo del maschilismo tossico, con buona pace di chi non vuole sentire parlare né di maschilismo né di tossicità. Ma anche una ricostruzione non del tutto corretta, perché i sei uomini citarono effettivamente in giudizio la produzione sostenendo di avere subìto danni psicologici ed emotivi; non risulta invece che siano finiti tutti in terapia psichiatrica, come raccontato nel post.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Facendo qualche ricerca online, poi, la vicenda diventa persino peggiore. Il titolo originale del programma era <strong>There’s Something About Miriam</strong>, evidente richiamo a <em>There’s Something About Mary</em> – il film arrivato in Italia come <em>Tutti pazzi per Mary</em> – e Miriam Rivera non era la perfida ingannatrice costruita da titoli e promozione. Aveva 21 anni ed era stata messa al centro di un format concepito per trasformare la sua identità nel colpo di scena finale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sei uomini, 10mila sterline e un segreto da svelare in televisione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il programma venne girato a Ibiza nel 2003 e prodotto da Brighter Pictures, società controllata da Endemol, per Sky One. Inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi <em>Find Me a Man</em>: sei uomini britannici tra i 22 e i 28 anni dovevano conquistare Miriam, modella messicana, affrontando prove fisiche, appuntamenti individuali e uscite di gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In palio c’erano <strong>10mila sterline e una crociera romantica su uno yacht</strong> insieme a lei. Ai concorrenti, però, non era stato detto che Miriam fosse una donna trans e che non si fosse sottoposta a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A vincere fu Tom Rooke, bagnino ed ex maestro di sci di 23 anni. Durante il finale Miriam lo scelse davanti agli altri concorrenti e pronunciò la frase sulla quale era stato costruito l’intero programma: dopo avere ricordato di essere messicana, modella e ventunenne, dichiarò di essere nata uomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo una sua amica d’infanzia, quella battuta sarebbe stata preparata dalla produzione. Non esistono però elementi sufficienti per presentare la circostanza come definitivamente accertata. Quel che si vede nel programma basta comunque a comprenderne il meccanismo: Miriam veniva presentata per cinque puntate come l’oggetto del desiderio e trasformata nella sesta nella presunta responsabile di una gigantesca beffa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rooke accettò inizialmente il premio davanti alle telecamere, ma successivamente rinunciò al viaggio e si unì agli altri partecipanti nella battaglia legale per impedire la trasmissione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La causa dei concorrenti e le cure psichiatriche mai dimostrate</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>There’s Something About Miriam</em> avrebbe dovuto esordire nel novembre del 2003. La messa in onda venne rinviata perché i sei concorrenti portarono in tribunale la produzione, contestando tra le altre cose violazione del contratto, diffamazione e danni personali di natura psicologica ed emotiva. Nell’azione legale comparve persino l’accusa di una presunta «conspiracy to commit sexual assault», una cospirazione finalizzata a commettere violenza sessuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il procedimento terminò con un accordo extragiudiziale. La cifra non fu resa pubblica: per anni circolarono stime milionarie, mentre una <a href="https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2024/apr/25/she-was-tough-but-it-broke-her-why-theres-something-about-miriam-was-reality-tvs-most-shameful-low">ricostruzione pubblicata dal <em>Guardian</em> nel 2024</a> parla di una somma complessiva vicina alle 500mila sterline, circa metà delle quali sarebbe stata assorbita dalle spese legali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quindi corretto affermare che i concorrenti denunciarono conseguenze psicologiche e ottennero un risarcimento. Non lo è trasformare automaticamente quella richiesta in sei diagnosi psichiatriche o sei percorsi terapeutici documentati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Risolta la causa, Sky One trasmise le sei puntate dal 22 febbraio al 24 marzo 2004. Il caso giudiziario aveva garantito al programma una pubblicità enorme e il finale raggiunse circa <strong>970mila spettatori</strong>, un risultato notevole per un canale satellitare britannico dell’epoca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Miriam Rivera diventò la colpevole perfetta</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I concorrenti erano stati ingannati dalla produzione e avevano ogni diritto di contestare le condizioni nelle quali erano stati coinvolti. Ma Miriam non aveva ideato il programma, non aveva reclutato quegli uomini e non aveva stabilito di nascondere loro la propria identità per settimane. Era una ragazza di 21 anni alla quale era stata offerta quella che sembrava l’occasione della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure gran parte della stampa britannica si concentrò su di lei. I titoli la descrissero come un uomo che aveva raggirato sei maschi eterosessuali, esattamente la lettura che rendeva vendibile il programma. La produzione parlò invece di un esperimento sociale sul genere e sulla sessualità, difesa piuttosto difficile da sostenere: se il progetto fosse stato pensato per offrire una rappresentazione positiva delle persone trans, l’identità di Miriam non sarebbe stata conservata come una bomba da far esplodere nell’ultima puntata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spettacolo funzionava perché lo spettatore aspettava la reazione degli uomini. La donna desiderata diventava improvvisamente qualcosa di cui vergognarsi e l’attrazione provata fino a pochi minuti prima una minaccia alla loro mascolinità. Miriam serviva al programma come protagonista, esca e bersaglio. Tutto compreso nello stesso contratto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la trasmissione partecipò come ospite al <em>Big Brother Australia</em> e frequentò la scena ballroom di New York, entrando nella House of Xtravaganza. La notorietà ottenuta grazie al reality, però, non si trasformò in una carriera stabile. Secondo amici e familiari, il modo in cui era stata esposta e successivamente massacrata dai media continuò a pesarle per anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La morte nel 2019 e i dubbi del marito</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Miriam Rivera venne trovata morta il <strong>5 febbraio 2019</strong> nell’abitazione della madre a Hermosillo, in Messico. Aveva 38 anni. La morte fu classificata dalle autorità come suicidio per impiccagione, ma suo marito Daniel Cuervo contestò questa conclusione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cuervo raccontò che il corpo era stato cremato prima che potesse essere eseguita un’autopsia e sostenne di avere ricevuto una telefonata minatoria mentre cercava di organizzare il funerale. Sono elementi che hanno alimentato dubbi e ipotesi di omicidio, senza tuttavia produrre prove sufficienti per rovesciare la versione ufficiale. Anche la <a href="https://www.bbc.com/news/entertainment-arts-49293351">BBC, annunciando la morte di Miriam</a>, riportò entrambe le ricostruzioni senza presentare i sospetti del marito come fatti accertati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2024 la docuserie di Channel 4 <em>Miriam: Death of a Reality Star</em> è tornata sulla vicenda. Alcune persone vicine a Rivera hanno raccontato che negli ultimi anni soffriva di depressione; altre hanno continuato a sospettare che fosse stata uccisa. Il documentario, va detto, non ha fornito nuove prove decisive sulla morte e a sua volta è stato criticato per avere sfruttato gli aspetti più morbosi della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è possibile stabilire un rapporto diretto tra il reality e la morte di Miriam, avvenuta quindici anni dopo. Si può invece osservare ciò che il programma fece davanti alle telecamere: prese una giovane donna trans, promise di trasformarla in una celebrità e costruì il proprio successo sulla reazione umiliata di sei uomini che avevano provato attrazione per lei.</p>
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		<title>La vera storia di Begotten, il film che ha impiegato 10 ore per fare un minuto (e ha cambiato l&#8217;horror)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 16:49:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un film che sembra arrivato dagli albori del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere o quasi. Sembra una pellicola consumata dal tempo, quasi illeggibile, giunta a noi quasi per caso &#8211; ma in realtà si tratta di un effetto studiato, al fine di dare l&#8217;idea di un film trovato quasi per caso in un ... <a title="La vera storia di Begotten, il film che ha impiegato 10 ore per fare un minuto (e ha cambiato l&#8217;horror)" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/la-vera-storia-di-begotten-il-film-che-ha-impiegato-10-ore-per-fare-un-minuto-e-ha-cambiato-lhorror/" aria-label="Per saperne di più su La vera storia di Begotten, il film che ha impiegato 10 ore per fare un minuto (e ha cambiato l&#8217;horror)">Leggi tutto</a></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un film che sembra arrivato dagli albori del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere o quasi. Sembra una pellicola consumata dal tempo, quasi illeggibile, giunta a noi quasi per caso &#8211; ma in realtà si tratta di un effetto studiato, al fine di dare l&#8217;idea di un film trovato quasi per caso in un archivio polveroso, con la datazione incerta e l&#8217;aura del reperto archeologico. Ma Begotten è lungi dall&#8217;essere un reperto archeologico: ha poco più di trentacinque anni. Abbastanza però per costruirsi una reputazione da film maledetto, uno dei più disturbanti e incomprensibili mai realizzati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro questa opera che ha rivoluzionato il film dell&#8217;orrore c&#8217;era un tizio che di cinema non ne sapeva praticamente nulla. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Un dio che si sventra (e un regista che non sapeva usare la macchina da presa)</h2>




<p class="wp-block-paragraph">Prima di essere un film, Begotten era una performance teatrale. E. Elias Merhige – all&#8217;epoca più interessato al teatro sperimentale che al cinema – aveva fondato una compagnia chiamata Theater of Material e lavorava su temi come morte, rinascita e spiritualità. <strong>L&#8217;idea iniziale era mettere in scena la morte di Dio e la nascita di Madre Terra</strong> attraverso una rappresentazione ritualistica, quasi immersiva (addirittura pensava di costruire le scenografie intorno al pubblico, cosa che probabilmente avrebbe fatto fallire qualsiasi compagnia con un budget normale).</p>



<p class="wp-block-paragraph">I costi per realizzare l&#8217;idea erano proibitivi e così Merhige ripiegò sul cinema, mantenendo però l&#8217;impostazione concettuale della performance. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Con un budget di circa 30.000 dollari (che per un film sono praticamente nulla), Merhige si è accollato quasi tutto: sceneggiatura, regia, fotografia, effetti speciali. Il problema era che non sapeva come si usasse una macchina da presa, né come si sviluppasse una pellicola, né tantomeno come funzionasse una camera oscura. Quindi ha fatto l&#8217;unica cosa possibile: ha sperimentato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La sperimentazione ossessiva dietro Begotten</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è quella che vediamo: immagini manipolate chimicamente, contrasto spinto al limite, dettagli distrutti, volti trasformati in maschere. Per intervenire sulla pellicola in modo ancora più massiccio, Merhige ha costruito una stampante ottica usando pezzi di ricambio di vecchie fotocamere. Una cosa gigantesca, fatta praticamente da zero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Usarla non era esattamente pratico: ci volevano dieci ore per ottenere un minuto di film finito. Dieci ore. Per un minuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la colonna sonora ha seguito lo stesso approccio maniacale: suoni minimali, ambient, composti da cinguettii di uccelli, vento tra gli alberi e battiti cardiaci. Ci hanno messo più di un anno a registrarla, arrivando persino a catturare il suono dei passi sulla ghiaia in stagioni diverse per avere una resa completa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;attenzione al dettaglio ai limiti del maniacale che ha fatto sì che l&#8217;opera sembra arrivare da un altro mondo (e da un&#8217;altra epoca, dicevamo &#8211; ma arriva appena dal 1990).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma veniamo al film: il film si apre con una figura identificata come Dio che si sventra compulsivamente con un rasoio. Dal suo corpo nasce una figura femminile associata alla Madre Terra, e da lì in avanti è un susseguirsi di immagini simboliche che aprono a qualsiasi tipo di interpretazione (o forse a nessuna).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Begotten e l&#8217;impossibilità di vendersi: Due anni di porte in faccia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Finito il film, iniziava la parte difficile: venderlo. Ma <strong>come fai a distribuire un&#8217;opera senza dialoghi, senza attori famosi, senza trama convenzionale, fatta solo di immagini disturbanti e simboliche?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I distributori si tirarono indietro. Per due anni Merhige provò a trovare qualcuno interessato, senza successo. Così, scoraggiato, iniziò a organizzare proiezioni private, a farlo vedere in musei e circoli cinematografici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è così che artisti e intellettuali iniziarono a sostenere il film, tra cui Susan Sontag (scrittrice e critica statunitense). Begotten arrivò quindi al San Francisco International Film Festival, attirando l&#8217;attenzione di cinefili e registi. Si dice che persino Werner Herzog (eminenza del cinema tedesco, appassionato di opere estreme) abbia partecipato a una proiezione e si sia espresso favorevolmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli anni successivi Begotten venne distribuito in VHS e DVD, ma le copie andarono presto fuori catalogo. Oggi reperire una copia fisica è difficile e il prezzo è discretamente elevato (una videocassetta su eBay parte da una trentina d&#8217;euro).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le leggende (false) e l&#8217;influenza (vera)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Poiché il film era difficile da reperire legalmente, iniziò a circolare tramite copie bootleg, duplicazioni VHS e, successivamente, su internet &#8211; diventando una sorta di creepypasta visuale. Su YouTube, TikTok, ovunque: gli spezzoni decontestualizzati di Begotten continuano a inquietare anche i più giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scarsa reperibilità, le copie pirata, l&#8217;aspetto da rituale ancestrale filmato chissà come: <strong>tutto questo ha portato molti a pensare che Begotten fosse un film maledetto, addirittura uno snuff movie</strong>. Dopotutto ne aveva le caratteristiche: violenza rituale, figure sconosciute, nessuna trama, quell&#8217;aspetto degradato da found footage.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri ci hanno visto satanismo (il film si apre con la morte di una figura identificata come Dio, cosa che per alcuni è stata una provocazione blasfema). Tutto falso. Non è uno snuff movie, non è un film satanista. È arte, carissimi, e probabilmente siete troppo poco intellettuali per capirla (si scherza, eh). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là delle battute, ciò che è certo è che <strong>Begotten riesce a trasmettere una sensazione difficile da spiegare, a cavallo tra l&#8217;onirico e il reale</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli appassionati c&#8217;è anche Marilyn Manson, rimasto colpito dall&#8217;estetica del film tanto da collaborare con Merhige per alcuni videoclip che riprendono le stesse atmosfere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;influenza di Begotten va ben oltre la passione del Reverendo. Se oggi internet è pieno di video che sembrano provenire da videocassette dimenticate, di analog horror come Local 58 e The Mandela Catalogue, lo dobbiamo in parte anche a questo film. Begotten faceva tutto questo più di trent&#8217;anni fa, quando il termine &#8220;analog horror&#8221; non esisteva nemmeno e internet era poco più che l&#8217;esperimento tra università lanciato alla fine dei &#8217;60.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe sbagliato dire che l&#8217;analog horror nasce con Begotten, ma è difficile non notare le somiglianze: quel senso di marcio, il mistero incomprensibile, la sensazione costante di star guardando qualcosa che non dovrebbe esistere. (O che comunque non dovrebbe trovarsi davanti ai nostri occhi). È come trovare una vecchia videocassetta senza etichetta in una soffitta abbandonata: non sai a chi sia appartenuta, non capisci quello che stai vedendo, ma sai che ti mette a disagio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se Begotten è diventato leggenda è perché nessuno è mai riuscito a spiegarlo davvero ed è questo il suo più grande punto di forza: i mostri si possono immaginare, la violenza si può raccontare, ma l&#8217;ignoto continuerà sempre a spaventarci &#8211; più di ciò che è noto, più di ciò che è esplicito.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Pensioni da fame dei VIP, da Orietta Berti a Barbara Bouchet: le cifre e il caso Sandrelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 16:22:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stefania Sandrelli ha lavorato nel cinema italiano da quando aveva 15 anni. Eppure, all’inizio del 2026, aprendo il cedolino della pensione si è accorta che mancavano 450 euro al mese. Non uno scherzo, né un errore destinato a essere corretto con una telefonata: poco dopo l’INPS le ha chiesto anche la restituzione di 140mila euro. ... <a title="Pensioni da fame dei VIP, da Orietta Berti a Barbara Bouchet: le cifre e il caso Sandrelli" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/pensioni-da-fame-dei-vip-da-orietta-berti-a-barbara-bouchet-le-cifre-e-il-caso-sandrelli/" aria-label="Per saperne di più su Pensioni da fame dei VIP, da Orietta Berti a Barbara Bouchet: le cifre e il caso Sandrelli">Leggi tutto</a></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Stefania Sandrelli ha lavorato nel cinema italiano da quando aveva 15 anni. Eppure, all’inizio del 2026, aprendo il cedolino della pensione si è accorta che mancavano <strong>450 euro al mese</strong>. Non uno scherzo, né un errore destinato a essere corretto con una telefonata: poco dopo l’INPS le ha chiesto anche la restituzione di 140mila euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Cash», ha precisato l’attrice, raccontando di essersi messa a piangere nella cucina di casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il caso più recente – e probabilmente più clamoroso – di una storia che ritorna periodicamente: quella delle <strong>pensioni da fame dei VIP</strong>. Definizione inevitabilmente scivolosa, perché un personaggio famoso può avere risparmi, immobili, diritti d’autore e altre entrate che nulla hanno a che fare con l’assegno previdenziale. Le cifre dichiarate, però, rimangono sorprendenti: 900 euro per Orietta Berti, 511 per Barbara Bouchet, circa 800 per Giucas Casella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, peraltro, non riguarda soltanto i nomi da copertina (e in quei casi il problema è ben più annoso): dietro di loro ci sono attori meno conosciuti, tecnici, ballerini, musicisti e maestranze che non hanno accumulato patrimoni durante la carriera e che, una volta usciti dal mondo del lavoro, devono campare proprio con quella pensione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Stefania Sandrelli, 450 euro in meno e 140mila da restituire</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso Sandrelli non nasce da contributi mai versati, almeno non direttamente. Al centro della vicenda c’è una controversia sul calcolo delle pensioni dell’ex ENPALS, l’ente previdenziale dei lavoratori dello spettacolo confluito nell’INPS nel 2012.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sentenza della Cassazione del 2022 ha dato ragione all’Istituto sul metodo utilizzato per calcolare alcuni trattamenti. Da qui sono partiti ricalcoli, riduzioni e richieste di restituzione che avrebbero raggiunto circa duecento ex lavoratori dello spettacolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Sandrelli sono stati sottratti <strong>450 euro mensili</strong> e richiesti 140mila euro di somme considerate indebitamente percepite. L’attrice, intervistata qualche tempo or sono dal <em>Fatto Quotidiano</em>, ha contestato tanto la sostanza quanto le modalità dell’operazione: nessun preavviso, il cedolino ridotto e poi la lettera con la richiesta di rimborso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’hanno fatto come i topi», ha detto, aggiungendo di essersi sentita umiliata come donna e come lavoratrice del cinema. Sandrelli si è trasformata così, per sua stessa definizione, nella “capopopolo” di una protesta che coinvolge artisti e maestranze. Ha citato anche il caso di un anziano tecnico al quale sarebbero stati chiesti 37mila euro: l’uomo ne avrebbe versati 24mila per paura di vedersi pignorare la casa. Una storia assai meno luccicante di quella di un’attrice famosa, ma probabilmente ancora più significativa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da Orietta Berti a Barbara Bouchet: le pensioni dichiarate dai VIP</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La cifra di <strong>900 euro al mese</strong> associata a Orietta Berti circola da parecchio tempo. Non è un dato recente: risale al 2015, quando la cantante raccontò di avere alle spalle cinquant’anni di lavoro ma una posizione contributiva assai meno ricca di quanto si potesse immaginare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motivo lo spiegò lei stessa. Tra il 1965 e l’inizio degli anni Ottanta, molti locali nei quali si esibiva non avrebbero versato regolarmente i contributi. La televisione, fortunatamente, si comportava in maniera diversa. Orietta Berti precisò anche di avere lavorato molto, risparmiato e continuato a cantare: insomma, <strong>900 euro di pensione non equivalevano a 900 euro complessivi con cui vivere</strong>. Dettaglio non secondario, spesso smarrito nei titoli (ma chi ci cliccherebbe su).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Barbara Bouchet ha invece dichiarato di percepire <strong>511 euro al mese</strong>. Giucas Casella ha parlato di circa 800 euro, mentre Enzo Paolo Turchi ha indicato un assegno attorno ai 740 euro. La pensione di Simona Izzo sarebbe di circa mille euro; la stessa cifra era stata attribuita al compianto Alvaro Vitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche Leopoldo Mastelloni raccontò di aver ricevuto appena 625 euro dopo cinquant’anni di lavoro, assegno poi salito – secondo dichiarazioni successive – a circa 1.200 euro. Sono importi riferiti dagli stessi protagonisti in momenti differenti, quindi non una graduatoria aggiornata al centesimo (anche perché rivalutazioni, trattenute e situazioni personali renderebbero il confronto piuttosto traballante).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché un artista famoso può ritrovarsi con una pensione così bassa?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La fama non versa contributi (siamo nel paese dove con la cultura non si mangia, d&#8217;altra parte).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoro nello spettacolo è spesso discontinuo: una produzione può durare alcune settimane, una tournée alcuni mesi, una serata soltanto una notte. Il Fondo pensione dei lavoratori dello spettacolo registra le giornate lavorate e le retribuzioni sulle quali sono stati effettivamente pagati i contributi. Una carriera lunga cinquant’anni, quindi, non corrisponde necessariamente a cinquant’anni pieni di contribuzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiungono i contributi omessi, soprattutto nei decenni in cui controlli e registrazioni erano meno rigorosi. Orietta Berti lo ha raccontato senza troppi giri: si cantava nei locali, si veniva pagati, ma la parte previdenziale poteva tranquillamente perdersi lungo la strada.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’INPS divide inoltre i lavoratori dello spettacolo in categorie diverse, comprendendo rapporti a tempo determinato, attività artistiche o tecniche e lavoratori a tempo indeterminato. Il calcolo dipende dall’epoca di iscrizione, dalle giornate accreditate, dalla retribuzione imponibile e dal sistema – retributivo, contributivo o misto – applicato al singolo caso. Non esiste, in pratica, una “pensione dei VIP”: esistono posizioni contributive personali, spesso molto frammentate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2026 il trattamento minimo mensile indicato dall’INPS è pari a <strong>611,85 euro</strong>. Alcune delle cifre raccontate negli anni dai personaggi dello spettacolo si collocano poco sopra quella soglia; altre, almeno al momento della dichiarazione, persino sotto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiamarle pensioni da fame fa inevitabilmente presa, specialmente se accanto alla cifra compare un volto conosciuto. Il caso Sandrelli, però, ha tolto alla vicenda almeno una parte del suo sapore da curiosità estiva: quando l’INPS chiede 140mila euro a un’attrice celebre, la notizia fa il giro dei giornali; quando poche decine di migliaia vengono richieste a un tecnico ormai anziano, il problema è lo stesso ma la copertina – purtroppo per lui – non arriva.</p>
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		<title>Dove è stato girato 65 – Fuga dalla Terra? Le location e la spiegazione del finale</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/65-fuga-dalla-terra-location-finale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 18:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Terra di 65 milioni di anni fa, popolata da dinosauri e da creature non particolarmente amichevoli, esiste soprattutto grazie agli effetti speciali. Le foreste, le spiagge e le montagne attraversate da Adam Driver in 65 – Fuga dalla Terra, però, sono assolutamente reali – anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza ... <a title="Dove è stato girato 65 – Fuga dalla Terra? Le location e la spiegazione del finale" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/65-fuga-dalla-terra-location-finale/" aria-label="Per saperne di più su Dove è stato girato 65 – Fuga dalla Terra? Le location e la spiegazione del finale">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Terra di 65 milioni di anni fa, popolata da dinosauri e da creature non particolarmente amichevoli, esiste soprattutto grazie agli effetti speciali. Le foreste, le spiagge e le montagne attraversate da Adam Driver in <em>65 – Fuga dalla Terra</em>, però, sono assolutamente reali – anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza le une dalle altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uscito nel 2023, il film diretto da Scott Beck e Bryan Woods mescola fantascienza, avventura e una discreta quantità di rettili preistorici. Al centro della storia troviamo Mills, pilota proveniente dal pianeta Somaris e partito per una lunga missione spaziale con l&#8217;obiettivo di guadagnare il denaro necessario per curare la figlia Nevine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il viaggio non va esattamente secondo i programmi: la sua astronave, colpita da una massa di asteroidi, precipita su un pianeta sconosciuto. Mills scopre presto di essere atterrato sulla Terra di 65 milioni di anni fa e di non essere l&#8217;unico sopravvissuto. Con lui c&#8217;è infatti Koa, una ragazzina interpretata da Ariana Greenblatt, con la quale inizialmente non riesce neppure a comunicare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove è stato girato 65 – Fuga dalla Terra?</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>65 – Fuga dalla Terra</em> è stato girato principalmente negli Stati Uniti, tra Louisiana e Oregon, con alcune riprese aggiuntive realizzate in Irlanda. La produzione ha quindi assemblato foreste, coste e paesaggi provenienti da luoghi molto distanti per costruire un&#8217;unica Terra preistorica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte importante delle riprese si è svolta nella <strong>Kisatchie National Forest</strong>, in Louisiana. Si tratta dell&#8217;unica foresta nazionale dello Stato, un&#8217;area particolarmente vasta caratterizzata da boschi, zone paludose e sentieri che nel film diventano il territorio incontaminato – e decisamente pericoloso – attraversato da Mills e Koa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La troupe lavorò in particolare nella Vernon Parish, mentre altre scene furono realizzate nell&#8217;area di New Orleans e negli studi Second Line Stages. Le riprese principali cominciarono il 7 dicembre 2020 e si conclusero il 21 febbraio 2021, in un periodo in cui lavorare a una produzione cinematografica non doveva essere semplicissimo (eravamo ancora nel pieno della pandemia).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ricreare le coste della Terra di milioni di anni fa venne invece scelto l&#8217;Oregon. Tra le location utilizzate troviamo <strong>Coos Bay, Gold Beach, Meyer’s Creek Beach, Whaleshead Beach, Agness ed Elk Creek Falls</strong>. Spiagge rocciose, vegetazione fittissima e paesaggi spesso avvolti dalla nebbia: non serviva poi moltissimo per farli sembrare luoghi nei quali l&#8217;essere umano non aveva ancora messo piede. Anche perché, tecnicamente, non lo aveva fatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune riprese aggiuntive furono infine effettuate in Irlanda, nella contea di Wicklow. La produzione lavorò a <strong>Bray e negli Ardmore Studios</strong>, già utilizzati nel corso degli anni per numerose produzioni internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Terra preistorica di <em>65</em> non corrisponde quindi a un unico luogo visitabile: è il risultato dell&#8217;unione tra le foreste della Louisiana, le coste dell&#8217;Oregon, i paesaggi irlandesi e un massiccio lavoro di post-produzione. I dinosauri, è quasi superfluo precisarlo, furono aggiunti in seguito (e per fortuna, verrebbe da dire).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché il film si chiama 65?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo fa riferimento all&#8217;epoca nella quale è ambientata gran parte della storia. Mills e Koa si trovano infatti sulla Terra circa 65 milioni di anni fa, poco prima dell&#8217;impatto dell&#8217;asteroide che avrebbe provocato una delle più importanti estinzioni di massa nella storia del pianeta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All&#8217;inizio Mills crede di essere precipitato su un mondo alieno. Il ribaltamento sta proprio qui: l&#8217;ambiente sconosciuto e ostile non è un altro pianeta, ma la nostra Terra in un&#8217;epoca talmente lontana da risultare, almeno ai suoi occhi, completamente aliena.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come finisce 65 – Fuga dalla Terra?</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attenzione: da questo punto sono presenti spoiler sul finale di 65 – Fuga dalla Terra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver attraversato foreste, grotte e territori popolati da creature preistoriche, Mills e Koa riescono finalmente a raggiungere la navicella di salvataggio rimasta sulla cima della montagna. Durante il viaggio Mills ha fatto credere alla ragazza che i suoi genitori si trovassero lì, servendosi di questa bugia per convincerla a seguirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta arrivata a destinazione, però, Koa scopre la verità: i suoi genitori sono morti nell&#8217;incidente dell&#8217;astronave. Mills le confessa di averle mentito e le racconta a sua volta quanto accaduto a Nevine. La figlia, gravemente malata, è morta mentre lui si trovava ancora lontano da casa. Il rapporto tra i due protagonisti nasce dunque da una perdita comune: Mills non può più salvare Nevine, ma può provare a portare in salvo Koa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La loro partenza viene complicata dall&#8217;arrivo dei frammenti dell&#8217;asteroide, che fanno precipitare la navicella lungo il fianco della montagna. Mills e Koa vengono inoltre attaccati da due grandi dinosauri. Mills riesce a ucciderli, aiutato dalla ragazza, che utilizza la proiezione olografica di Nevine per distrarre uno degli animali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è ancora finita. Ricompare infatti l&#8217;enorme creatura che Mills aveva ferito e accecato parzialmente durante il passaggio nella grotta. Il pilota tenta di attirarla all&#8217;interno di un campo di geyser, ma il primo getto di acqua bollente non è sufficiente a fermarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando Mills sembra ormai spacciato, interviene Koa. La ragazza colpisce l&#8217;animale nell&#8217;occhio rimasto con un grosso dente di dinosauro precedentemente ricoperto con delle bacche velenose. Ormai completamente cieca, la creatura finisce dentro un geyser e viene uccisa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mills e Koa sopravvivono?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, Mills e Koa sopravvivono. Dopo l&#8217;ultimo scontro riescono a tornare alla navicella, a decollare e ad abbandonare la Terra pochi istanti prima dell&#8217;impatto dell&#8217;asteroide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal cielo iniziano a cadere enormi frammenti infuocati, mentre l&#8217;asteroide principale colpisce il pianeta dando inizio al cataclisma destinato a provocare l&#8217;estinzione dei dinosauri. La navicella riesce comunque a superare l&#8217;atmosfera e si dirige verso la nave inviata per recuperare i due sopravvissuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film non mostra ciò che accade loro dopo il salvataggio. Possiamo però immaginare che Mills torni sul proprio pianeta insieme a Koa o che, quantomeno, continui a occuparsi di lei: dopo avere perso le rispettive famiglie, i due sono diventati a tutti gli effetti una nuova famiglia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa mostrano le immagini finali di 65 – Fuga dalla Terra?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Durante i titoli di coda vediamo lo stesso luogo dal quale Mills e Koa sono partiti cambiare attraverso le diverse epoche della Terra. Il paesaggio attraversa l&#8217;estinzione dei dinosauri, le glaciazioni e milioni di anni di evoluzione, fino ad assumere il suo aspetto contemporaneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una chiusura semplice ma efficace, che ricorda allo spettatore quale fosse il vero pianeta alieno della storia: non un mondo sperduto ai confini dell&#8217;universo, ma casa nostra parecchio tempo prima del nostro arrivo.</p>
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		<title>Cloud mining di Bitcoin: come funziona e perché è sempre più accessibile</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/cloud-mining-di-bitcoin-come-funziona-e-perche-e-sempre-piu-accessibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 12:31:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Minare Bitcoin dalla propria camera, qualche anno fa, era ancora possibile. Servivano un computer abbastanza potente, una certa dimestichezza tecnica e la disponibilità ad accettare una bolletta elettrica non propriamente amichevole. Oggi lo scenario è cambiato: la crescita della difficoltà di mining e la progressiva specializzazione dell’hardware hanno reso questa attività molto meno accessibile ai ... <a title="Cloud mining di Bitcoin: come funziona e perché è sempre più accessibile" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/cloud-mining-di-bitcoin-come-funziona-e-perche-e-sempre-piu-accessibile/" aria-label="Per saperne di più su Cloud mining di Bitcoin: come funziona e perché è sempre più accessibile">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Minare Bitcoin dalla propria camera, qualche anno fa, era ancora possibile. Servivano un computer abbastanza potente, una certa dimestichezza tecnica e la disponibilità ad accettare una bolletta elettrica non propriamente amichevole. Oggi lo scenario è cambiato: la crescita della difficoltà di mining e la progressiva specializzazione dell’hardware hanno reso questa attività molto meno accessibile ai singoli utenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È anche per questo motivo che si è diffuso il cosiddetto <strong>cloud mining</strong>, un sistema che permette di utilizzare potenza di calcolo fornita da società dotate di infrastrutture dedicate. Non occorre acquistare macchinari, installarli in casa o occuparsi personalmente della loro manutenzione. Bastano una connessione a Internet e la scelta di un contratto adatto alle proprie esigenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos’è il cloud mining e come funziona</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel mining tradizionale, il proprietario delle apparecchiature sostiene direttamente i costi necessari per contribuire alla convalida delle transazioni effettuate sulla blockchain. Nel cloud mining, invece, l’utente acquista o noleggia una quota della potenza di calcolo – generalmente indicata attraverso l’hashrate – messa a disposizione da un operatore esterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il funzionamento può cambiare leggermente da una piattaforma all’altra, ma il modello di base è piuttosto semplice: l’utente crea un account, sceglie un contratto e riceve le eventuali ricompense generate dalla potenza di calcolo acquistata. La gestione delle apparecchiature, dell’energia e dell’infrastruttura rimane a carico del fornitore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo si può entrare nel mondo del mining senza dover conoscere nel dettaglio il funzionamento dei macchinari ASIC, predisporre spazi adeguati o monitorare continuamente consumi e temperature.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I vantaggi rispetto al mining tradizionale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il vantaggio più evidente è la semplicità. Creare una mining farm domestica richiede un investimento iniziale importante, competenze tecniche e costi energetici che possono cambiare sensibilmente da un Paese all’altro. Senza dimenticare il rumore, il calore prodotto dalle apparecchiature e la necessità di sostituire o aggiornare periodicamente l’hardware.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cloud mining elimina gran parte di questi ostacoli e consente di gestire tutto online. L’utente non acquista fisicamente i macchinari, ma accede alla potenza di calcolo attraverso la piattaforma scelta. Può quindi controllare il proprio contratto e le attività associate da computer o dispositivo mobile, senza intervenire sul funzionamento tecnico dell’impianto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento interessante è la possibilità di scegliere tra contratti differenti per durata, potenza di calcolo e costo iniziale. Questo rende il sistema più flessibile rispetto alla costruzione di un impianto autonomo, che richiede invece una spesa considerevole sin dall’inizio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da cosa dipendono i risultati del cloud mining</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il cloud mining semplifica la parte tecnica, ma resta legato alle dinamiche del mercato delle criptovalute. I risultati dipendono innanzitutto dal valore della moneta minata, dalla difficoltà della rete e dalla quantità complessiva di potenza di calcolo impiegata dai miner.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contano inoltre la durata del contratto e gli eventuali costi di gestione applicati dall’operatore. Le simulazioni presenti sulle piattaforme possono aiutare a comprendere il funzionamento di un piano, ma rappresentano stime basate sulle condizioni disponibili in quel momento: il mercato può cambiare e con esso possono cambiare anche i risultati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta di una particolarità del cloud mining, ma di una caratteristica dell’intero settore. Bitcoin e le altre criptovalute attraversano periodi di crescita e fasi meno favorevoli; chi decide di avvicinarsi a questo mondo dovrebbe quindi utilizzare esclusivamente somme compatibili con la propria situazione economica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa controllare prima di scegliere un contratto</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di procedere conviene confrontare le soluzioni disponibili e verificare alcuni elementi essenziali:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>durata e costo complessivo del contratto;</li>



<li>potenza di calcolo prevista;</li>



<li>eventuali commissioni di gestione o manutenzione;</li>



<li>frequenza degli accrediti e modalità di prelievo;</li>



<li>criptovalute supportate dalla piattaforma;</li>



<li>disponibilità e funzionamento del servizio di assistenza.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Vale inoltre una regola piuttosto semplice: maggiore è la chiarezza delle condizioni, più facile sarà confrontare concretamente un’offerta con le alternative presenti sul mercato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un accesso più semplice al mining di Bitcoin</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il cloud mining nasce per risolvere un problema concreto: consentire l’accesso al mining anche a chi non può acquistare e gestire apparecchiature specializzate. Rispetto a un impianto domestico, offre maggiore semplicità, nessun problema di spazio e una gestione quasi interamente online.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non significa che ogni contratto produca automaticamente un profitto. Significa, più semplicemente, che la barriera tecnica all’ingresso è diventata molto più bassa. Informarsi sulle condizioni, confrontare le diverse proposte e procedere con gradualità rimane il modo più sensato per avvicinarsi a un settore interessante, ma inevitabilmente legato all’andamento delle criptovalute.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono consulenza finanziaria. Le criptovalute sono attività volatili e possono comportare la perdita del capitale impiegato.</em></p>
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		<title>Airport Security Roma è vero o ci sono attori? Come funziona il programma di DMAX</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/airport-security-roma-e-vero-o-ci-sono-attori-come-funziona-il-programma-di-dmax/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 11:46:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un passeggero viene fermato all’aeroporto di Roma Fiumicino. Nella sua valigia c’è qualcosa che non dovrebbe esserci: droga nascosta in un doppio fondo, documenti sospetti, merce non dichiarata o uno degli altri assortiti disastri che trasformano un normale controllo in una puntata televisiva. Le telecamere riprendono tutto, gli agenti fanno domande e il malcapitato spesso ... <a title="Airport Security Roma è vero o ci sono attori? Come funziona il programma di DMAX" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/airport-security-roma-e-vero-o-ci-sono-attori-come-funziona-il-programma-di-dmax/" aria-label="Per saperne di più su Airport Security Roma è vero o ci sono attori? Come funziona il programma di DMAX">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Un passeggero viene fermato all’aeroporto di Roma Fiumicino. Nella sua valigia c’è qualcosa che non dovrebbe esserci: droga nascosta in un doppio fondo, documenti sospetti, merce non dichiarata o uno degli altri assortiti disastri che trasformano un normale controllo in una puntata televisiva. Le telecamere riprendono tutto, gli agenti fanno domande e il malcapitato spesso offre spiegazioni talmente improbabili da far sorgere un dubbio:&nbsp;<strong>quello che vediamo in Airport Security Roma è vero oppure ci sono degli attori?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda circola da tempo, soprattutto perché alcuni dei passeggeri fermati sembrano personaggi scritti appositamente per la televisione. Qualcuno recita malissimo oppure, al contrario, è la realtà a essere molto più creativa degli sceneggiatori?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta breve è che il programma viene presentato ufficialmente come un prodotto documentaristico basato su controlli e casi concreti.&nbsp;<strong>Gli agenti, gli ambienti e le procedure mostrate sono reali</strong>. Non esiste invece una conferma ufficiale che permetta di sostenere che tutti i passeggeri siano attori, così come non possiamo escludere che alcune sequenze vengano ricostruite o ripetute per esigenze televisive.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Airport Security Roma e Stop Border Control sono lo stesso programma?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di provare a capire quanto ci sia di vero bisogna fare un po’ d’ordine, perché i titoli vengono spesso utilizzati come se fossero intercambiabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Airport Security</em>&nbsp;è il nome con il quale in Italia è conosciuto un filone di programmi dedicati ai controlli effettuati negli aeroporti e alle frontiere di diversi Paesi. Nel corso degli anni abbiamo visto edizioni ambientate in Australia, Canada, Stati Uniti, Spagna, Brasile e Perù, oltre alla serie&nbsp;<em>Airport Security: Roma</em>, dedicata all’aeroporto di Fiumicino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su DMAX viene inoltre trasmesso&nbsp;<strong><em>Stop! Border Control – Roma Fiumicino</em></strong>, produzione OMAVA per Warner Bros. Discovery, realizzata in collaborazione con Aeroporti di Roma e distribuita da ADR Distribution. È soprattutto a quest’ultima che il pubblico italiano fa riferimento quando parla genericamente di “Airport Security Roma”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo, d’altra parte, è molto simile: le telecamere seguono il lavoro della Polizia di Frontiera Aerea e degli altri operatori impegnati nei terminal, mostrando controlli sui documenti, furti, tentativi di contrabbando e traffici di sostanze stupefacenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli agenti di Airport Security Roma sono veri?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo punto ci sono pochi dubbi.&nbsp;<strong>Gli agenti e gli operatori aeroportuali mostrati nel programma sono realmente professionisti del settore</strong>, ripresi mentre svolgono o ricostruiscono procedure appartenenti al loro lavoro quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La produzione ha ottenuto l’accesso alle aree dell’aeroporto normalmente precluse al pubblico e il programma è stato realizzato in collaborazione con Aeroporti di Roma. Le procedure di identificazione, i controlli sui bagagli e gli interventi mostrati non sono dunque stati inventati da uno sceneggiatore che, dalla propria scrivania, ha immaginato come possa funzionare un aeroporto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo spiega anche perché gli agenti appaiano tanto naturali davanti alla telecamera. Non devono imparare un mestiere per interpretare una parte: stanno facendo il proprio lavoro, pur sapendo di essere ripresi e dovendo talvolta ripetere un gesto o una spiegazione perché la scena risulti comprensibile allo spettatore.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le persone fermate sono attori?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che la faccenda diventa meno chiara. In rete si trovano numerose testimonianze di spettatori che sostengono di avere riconosciuto attori, figuranti o persone che lavorano abitualmente come comparse. Altri raccontano di conoscere agenti e funzionari aeroportuali secondo i quali alcune scene sarebbero state ricostruite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che si tratta quasi sempre di testimonianze anonime, indirette o comunque impossibili da verificare. La produzione, da parte sua, presenta&nbsp;<em>Stop! Border Control – Roma Fiumicino</em>&nbsp;come un programma documentaristico e parla di “casi concreti” e operazioni svolte all’interno dell’aeroporto. Anche le piattaforme che lo distribuiscono lo classificano come&nbsp;<strong>documentario, reality oppure programma unscripted</strong>, cioè non basato su una normale sceneggiatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non risultano dichiarazioni ufficiali nelle quali Warner Bros. Discovery o la società di produzione ammettano di sostituire sistematicamente i passeggeri con degli attori. Per questo motivo sostenere che sia “tutto finto” sarebbe tanto arbitrario quanto credere che ogni secondo sia stato registrato esattamente nel momento in cui i fatti stavano accadendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ipotesi più ragionevole è che il programma parta da&nbsp;<strong>controlli, procedure e casi reali</strong>, sottoposti successivamente al normale lavoro della televisione: selezione delle vicende più interessanti, montaggio, aggiunta della voce narrante e, quando necessario, possibile ripetizione o ricostruzione di alcuni passaggi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché alcuni passeggeri hanno il volto censurato e altri no?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro dettaglio utilizzato come presunta prova è quello dei volti. Se il passeggero è riconoscibile, secondo alcuni, deve necessariamente essere un attore; se invece viene oscurato, allora si tratterebbe di una persona realmente fermata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione non è così automatica. La possibilità di mostrare un volto dipende dal consenso concesso alla diffusione delle immagini, dalle valutazioni della produzione e dalle circostanze nelle quali è avvenuta la registrazione. Una persona può essere realmente coinvolta in un controllo e autorizzare la trasmissione del materiale; allo stesso modo, la produzione può decidere di rendere qualcuno non riconoscibile anche per ragioni prudenziali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altri casi vengono oscurati il volto, un documento, una targa o altri elementi che consentirebbero di identificare direttamente una persona.&nbsp;<strong>La presenza del filtro non dimostra quindi che il caso sia autentico, così come la sua assenza non prova che davanti alla telecamera ci sia un attore.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Le scene vengono registrate in diretta?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il termine “reality” porta spesso a immaginare una telecamera capace di trovarsi sempre nel luogo esatto e nel momento esatto in cui accade qualcosa di interessante. Evidentemente non funziona così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una produzione può trascorrere molte ore all’interno dell’aeroporto e riprendere una grande quantità di controlli che non portano alla scoperta di nulla. In televisione arriveranno soltanto i casi più curiosi, complessi o spettacolari. Quella che sembra una successione ininterrotta di trafficanti maldestri è dunque il risultato di una selezione: le migliaia di passeggeri che superano i controlli senza problemi, comprensibilmente, non meritano una puntata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna inoltre distinguere tra una vicenda inventata e una scena ricostruita. Una procedura può essere realmente avvenuta ma venire ripresa nuovamente, mostrata attraverso immagini di raccordo o raccontata in un ordine diverso da quello cronologico. È una pratica comune nella televisione documentaristica e non rende automaticamente falso il caso di partenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi appare nel programma riceve uno sconto di pena?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le teorie più fantasiose ce n’è anche una secondo cui i passeggeri fermati accetterebbero di mostrare il proprio volto in cambio di uno sconto di pena. Naturalmente non funziona così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La partecipazione a un programma televisivo non consente di cancellare un’accusa per traffico internazionale di droga, falsificazione di documenti o contrabbando. Un’eventuale autorizzazione alla diffusione delle immagini riguarda esclusivamente il rapporto tra la persona ripresa e la produzione televisiva:&nbsp;<strong>non sostituisce il procedimento previsto dalla legge e non trasforma DMAX in un tribunale</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per la convinzione che chi viene ripreso possa essere immediatamente considerato colpevole. Un controllo, un fermo e persino un arresto non equivalgono a una condanna definitiva. Il montaggio televisivo comprime i tempi, mentre un eventuale procedimento giudiziario segue un percorso ben diverso e decisamente meno adatto alla prima serata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quindi Airport Security Roma è vero o è recitato?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In conclusione,&nbsp;<strong>Airport Security Roma e Stop! Border Control – Roma Fiumicino non possono essere definiti semplicemente programmi “finti”</strong>. Le forze dell’ordine sono reali, le procedure mostrate appartengono all’attività aeroportuale e la produzione dichiara di raccontare casi concreti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò non significa che ogni dialogo sia necessariamente spontaneo o che tutte le immagini siano state registrate mentre il caso si svolgeva per la prima volta. Come accade in molti docu-reality, è possibile che determinate sequenze siano ripetute, ricostruite o condensate attraverso il montaggio. Le insistenti segnalazioni sulla presenza di comparse meritano di essere considerate, ma in assenza di una conferma verificabile non bastano per affermare che tutti i fermati siano attori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La formula più corretta, dunque, è questa:&nbsp;<strong>casi e controlli reali raccontati con gli strumenti della televisione</strong>. Poi certo, quando un passeggero assicura di non sapere come siano finiti diversi chili di cocaina nella sua valigia, il dubbio che qualcuno gli abbia scritto la battuta viene quasi naturale.</p>
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		<title>Dal campo al sito blu: 7 atleti che hanno aperto OnlyFans (e non sempre per spogliarsi)</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/dal-campo-al-sito-blu-7-atleti-che-hanno-aperto-onlyfans-e-non-sempre-per-spogliarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 09:01:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>OnlyFans può servire a vendere contenuti sensuali (sensuali per usare un eufemismo). Può diventare una specie di social network con accesso riservato a certi contenuti. In alcuni casi, invece, può comparire sulla divisa di un tennista esattamente come qualsiasi altro sponsor (o fungere sì da sponsor, ma attraverso la distribuzione di contenuti). Negli ultimi anni ... <a title="Dal campo al sito blu: 7 atleti che hanno aperto OnlyFans (e non sempre per spogliarsi)" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/dal-campo-al-sito-blu-7-atleti-che-hanno-aperto-onlyfans-e-non-sempre-per-spogliarsi/" aria-label="Per saperne di più su Dal campo al sito blu: 7 atleti che hanno aperto OnlyFans (e non sempre per spogliarsi)">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">OnlyFans può servire a vendere contenuti sensuali (sensuali per usare un eufemismo). Può diventare una specie di social network con accesso riservato a certi contenuti. In alcuni casi, invece, può comparire sulla divisa di un tennista esattamente come qualsiasi altro sponsor (o fungere sì da sponsor, ma attraverso la distribuzione di contenuti).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni la piattaforma ha reclutato atleti e personaggi dello sport molto diversi tra loro, cercando di allontanarsi – almeno in parte – dall’immagine di sito dedicato esclusivamente ai contenuti per adulti. Una strategia che incontra una necessità concreta ed evidenzia una problematica reale: al di fuori di una ristretta cerchia di campioni milionari, vivere di sport può essere molto più complicato di quanto appaia dall’esterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allenatori, preparatori, trasferte, attrezzatura e fisioterapia hanno costi elevati e le sponsorizzazioni tradizionali a volte non toccano gli &#8220;sport minori&#8221; (laddove intendiamo gli sport che non siano il calcio &#8211; e non diamo ovviamente un giudizio di valore). Così OnlyFans permette agli atleti di monetizzare direttamente il proprio pubblico, scegliendo cosa pubblicare e quanto far pagare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutti lo fanno nello stesso modo. C’è chi vende immagini più esplicite, chi mostra semplicemente allenamenti e vita privata e chi viene pagato dalla piattaforma per promuoverne il marchio. I sette casi che andremo a vedere assieme mostrano quanto sia diventato ampio il fenomeno.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Arina Rodionova</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nata in Russia e cittadina australiana dal 2014, Arina Rodionova ha raggiunto nel febbraio 2024 la posizione numero 97 della classifica WTA, il miglior risultato della sua carriera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tennista ha annunciato l’apertura del proprio profilo OnlyFans nel gennaio 2025, poco dopo l’eliminazione nelle qualificazioni degli Australian Open. La notizia ha attirato ulteriore attenzione perché arrivata nello stesso periodo dell’annuncio della separazione dall’ex giocatore di football australiano Ty Vickery.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rodionova non è stata la prima tennista a entrare sulla piattaforma e, naturalmente, non può più essere definita “l’ultima” in senso assoluto. Era semplicemente il nome più recente tra quelli citati dalla stampa all’inizio del 2025.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Alexandre Müller</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso più interessante (e con più sfaccettature) è probabilmente quello di Alexandre Müller. Il tennista francese non ha soltanto aperto un account: OnlyFans è diventato uno dei suoi sponsor.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La collaborazione è iniziata all’inizio del 2024, anche se ha ottenuto molta più visibilità durante gli US Open dello stesso anno. Müller ha spiegato che il denaro ricevuto gli permette di pagare gli allenatori e di portare più spesso con sé il preparatore atletico durante i tornei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo profilo è dedicato principalmente al tennis, agli allenamenti, ai viaggi e alla vita fuori dal campo. Non significa necessariamente che ogni contenuto sia privo di malizia – la descrizione scelta dal francese, “il tennista professionista più sexy”, non pare del tutto casuale – ma la collaborazione nasce prima di tutto come forma di sponsorizzazione sportiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Müller ha anche indossato cappellini e abbigliamento con il logo OnlyFans, quando i regolamenti dei tornei glielo hanno consentito. In questo caso il “sito blu” svolge praticamente lo stesso ruolo di un marchio di orologi o di un’azienda automobilistica &#8211; solo con qualche sopracciglio sollevato in più.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nick Kyrgios</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nick Kyrgios è arrivato su OnlyFans nel dicembre 2023, aprendo un profilo gratuito. L’australiano aveva promesso contenuti dietro le quinte, consigli sul tennis e frammenti della propria vita lontano dai campi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta era coerente con un personaggio che non ha mai separato troppo rigidamente lo sport dallo spettacolo. Secondo Kyrgios, oggi agli atleti non basta presentarsi in campo: devono produrre e possedere direttamente i propri contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo account non nasce quindi come una seconda carriera erotica, ma come un altro canale attraverso il quale controllare la propria immagine e parlare ai tifosi senza passare dai media tradizionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Douglas Costa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’agosto 2024 è arrivato anche Douglas Costa, ex calciatore di Juventus, Bayern Monaco e nazionale brasiliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo profilo era inizialmente gratuito e conteneva soprattutto fotografie della carriera calcistica e video di allenamenti di boxe. Costa aveva presentato l’iniziativa come un modo per offrire ai sostenitori materiale esclusivo e costruire un rapporto più diretto con loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua presenza dimostra che OnlyFans non guarda soltanto agli sport individuali e agli atleti con difficoltà economiche. Un calciatore con milioni di follower può servire alla piattaforma per raggiungere un pubblico nuovo; al calciatore, invece, offre la possibilità di trasformare quella popolarità in un canale personale potenzialmente redditizio. (E dire che con quello che guadagnano i calciatori non sembra esattamente una necessità).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Alysha Newman</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La canadese Alysha Newman, bronzo nel salto con l’asta alle Olimpiadi di Parigi 2024, utilizza OnlyFans dal lontano 2021.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul proprio profilo ha pubblicato contenuti legati agli allenamenti, alla nutrizione e alla vita da atleta, insieme a immagini più sensuali. Durante i Giochi di Parigi la sua pagina ha ottenuto enorme visibilità, alimentata anche dalla celebrazione con un twerking dopo il salto da 4,85 metri che le consegnò il bronzo e il record canadese.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-9-16 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Alysha Newman Twerk Celebration" width="563" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/HCjhzYMeb6c?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Newman ha spiegato di aver cercato una soluzione alla fragilità economica dello sport olimpico. Una medaglia può rendere un atleta famoso per qualche giorno, ma non garantisce automaticamente entrate sufficienti per sostenere altri quattro anni di preparazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lisa Buckwitz</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nemmeno una medaglia d’oro olimpica mette necessariamente al riparo dai problemi economici. La bobbista tedesca Lisa Buckwitz, campionessa nella gara a due a Pyeongchang 2018, ha iniziato una collaborazione con OnlyFans alla fine del 2024.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buckwitz ha utilizzato i ricavi e la sponsorizzazione della piattaforma per finanziare la propria squadra e la preparazione verso le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Una stagione di bob può richiedere oltre 50.000 euro tra materiali, trasferte, allenamenti e compensi per gli altri componenti del team &#8211; e da qualche parte questi soldi si devono prendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I suoi contenuti riguardano soprattutto preparazione atletica, alimentazione e vita dietro le quinte. Buckwitz ha escluso di voler pubblicare materiale pornografico (ma, come stiamo vedendo, nessuno degli atleti si spinge a tanto), pur non rinunciando a immagini più audaci. In tal senso, bisogna ricordare come in precedenza abbia anche posato per l’edizione tedesca di Playboy.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="639" height="800" src="https://www.nonsolo.tv/wp-content/uploads/2026/08/lisa-buckwitz-su-playboy-639x800.jpg" alt="" class="wp-image-59387" srcset="https://www.nonsolo.tv/wp-content/uploads/2026/08/lisa-buckwitz-su-playboy-639x800.jpg 639w, https://www.nonsolo.tv/wp-content/uploads/2026/08/lisa-buckwitz-su-playboy-240x300.jpg 240w, https://www.nonsolo.tv/wp-content/uploads/2026/08/lisa-buckwitz-su-playboy.jpg 750w" sizes="(max-width: 639px) 100vw, 639px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Liz Cambage</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il nome associato alle cifre più sensazionali è quello di Liz Cambage, ex cestista australiana e quattro volte All-Star nella WNBA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cambage ha dichiarato di aver guadagnato nella prima settimana su OnlyFans più di quanto avesse incassato durante tutta la propria carriera nella lega statunitense. Diversi articoli hanno trasformato questa frase nell’affermazione secondo cui avrebbe ottenuto 1,5 milioni di dollari in sette giorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è così, o almeno non esistono elementi sufficienti per sostenerlo. La cifra di circa 1,5 milioni viene generalmente indicata come guadagno annuale ottenuto attraverso la piattaforma. Il confronto con la prima settimana deriva invece da una dichiarazione separata della stessa Cambage e rimane difficile da verificare in assenza di dati contabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il senso generale, però, non cambia: una cestista arrivata ai massimi livelli ha trovato nella vendita della propria immagine entrate nettamente superiori a quelle ottenute giocando (ed apre la questione salariale specialmente per quanto riguarda la parte femminile dello sport &#8211; ché non immaginiamo un giocatore di NBA &#8220;costretto&#8221; ad iscriversi a OF &#8211; anche perché se si iscrivesse non siamo certi avrebbe lo stesso riscontro in termini di pubblico di un&#8217;atleta).</p>



<h2 class="wp-block-heading">OnlyFans e gli atleti: non esiste un solo modello</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Racchiudere tutti questi casi sotto l’etichetta di “sportivi che si spogliano online” sarebbe comodo, ma poco preciso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni atleti vendono contenuti sensuali o espliciti. Altri aprono pagine gratuite per pubblicare materiale esclusivo. Altri ancora diventano ambassador e ricevono da OnlyFans una vera sponsorizzazione, senza trasformare il proprio profilo in un account per adulti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La piattaforma, da parte sua, prova da tempo a diversificare la propria offerta attraverso sport, fitness e OFTV, il servizio video accessibile gratuitamente. L’associazione con i contenuti erotici rimane fortissima e parlare di uno stigma ormai superato sarebbe prematuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta il dato economico. Il professionismo sportivo genera miliardi, ma li distribuisce in maniera molto diseguale. OnlyFans si è inserita proprio in quello spazio: da una parte atleti con un pubblico che non sempre riescono a monetizzare, dall’altra un’azienda desiderosa di dimostrare di poter ospitare qualcosa di diverso (e chissà se riuscirà mai ad emanciparsi dall&#8217;immagine erotica che oggi la connota).</p>
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		<title>Licenza di amare, rischio di morire: una notte con James Bond può essere fatale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.TV]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 20:16:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono ricerche scientifiche che richiedono anni di lavoro in laboratorio e altre che a loro volta si basano sull&#8217;osservazione &#8211; ma di decine di film. È il caso che vi stiamo per raccontare, con obbligano tre studiosi che si sono trovati a guardare tutti i film di James Bond per studiare meglio il suo ... <a title="Licenza di amare, rischio di morire: una notte con James Bond può essere fatale" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/licenza-di-amare-rischio-di-morire-una-notte-con-james-bond-puo-essere-fatale/" aria-label="Per saperne di più su Licenza di amare, rischio di morire: una notte con James Bond può essere fatale">Leggi tutto</a></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono ricerche scientifiche che richiedono anni di lavoro in laboratorio e altre che a loro volta si basano sull&#8217;osservazione &#8211; ma di decine di film. È il caso che vi stiamo per raccontare, con obbligano tre studiosi che si sono trovati a guardare tutti i film di James Bond per studiare meglio il suo comportamento: circa 3.113 minuti trascorsi tra inseguimenti, cocktail, camere d’albergo e trasferte in località dove le più elementari precauzioni sanitarie sembrano considerate incompatibili con il servizio segreto britannico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Wouter Graumans, William J.R. Stone e Teun Bousema hanno analizzato i 25 film prodotti dalla Eon Productions tra il 1962 e il 2021, da&nbsp;<em>Licenza di uccidere</em>&nbsp;a&nbsp;<em>No Time to Die</em>. Lo scopo era valutare il comportamento di 007 durante i suoi viaggi internazionali, confrontandolo con le raccomandazioni sanitarie rivolte ai viaggiatori. Ne è uscito il ritratto di un agente capace di sopravvivere a quasi tutto, ma decisamente poco incline alla prevenzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">James Bond ha avuto 59 incontri sessuali nei suoi 25 film</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo studio, pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica&nbsp;<em>Travel Medicine and Infectious Disease</em>, ha preso in esame 86 viaggi compiuti da Bond in 47 Paesi identificabili. La trasferta nello spazio vista in&nbsp;<em>Moonraker</em>&nbsp;è stata esclusa per la comprensibile assenza di indicazioni sanitarie dedicate alla destinazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i comportamenti analizzati c’è naturalmente la vita sessuale dell’agente. I ricercatori hanno contato&nbsp;<strong>59 incontri, con una media di 2,4 per film</strong>. Soltanto in tre casi, pari al 5,1% del totale, si può parlare di una relazione relativamente stabile: un matrimonio oppure un rapporto proseguito in due pellicole consecutive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rientrano in questa ristretta categoria Sylvia Trench, interpretata da Eunice Gayson e presente nei primi due film della saga; Tracy di Vicenzo, sposata da Bond in&nbsp;<em>Al servizio segreto di Sua Maestà</em>; e Madeleine Swann, il personaggio di Léa Seydoux apparso in&nbsp;<em>Spectre</em>&nbsp;e&nbsp;<em>No Time to Die</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli altri casi i tempi sono molto più rapidi. In&nbsp;<em>Thunderball</em>, grazie a un orologio visibile sullo sfondo, gli autori hanno calcolato che trascorrono appena&nbsp;<strong>venti minuti tra il primo incontro e il rapporto sessuale</strong>. Un intervallo comunque generoso rispetto a quanto accade in&nbsp;<em>007 – Zona pericolo</em>, quando Bond atterra con il paracadute sullo yacht di una donna e passa quasi immediatamente dalla missione all’intrattenimento privato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nessun preservativo e pochissimo tempo per parlare di prevenzione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una simile velocità, osservano gli studiosi, lascia ben poco spazio a una conversazione sulla storia sessuale dei partner, sulle infezioni trasmissibili o sulla contraccezione. In almeno un caso viene inoltre mostrato in maniera inequivocabile che le precauzioni non sono state adottate correttamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato non sorprende considerando il profilo del personaggio. Bond riunisce quasi tutti i fattori associati a una maggiore probabilità di rapporti occasionali non protetti durante i viaggi: è uomo, single per gran parte della saga, si sposta senza una compagna stabile, beve molto e fuma. In condizioni normali sarebbe il genere di paziente al quale un medico dedicherebbe qualche minuto in più durante una consulenza prima della partenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">007, però, sembra immune alle conseguenze sanitarie delle proprie abitudini. Nei film non emergono infezioni sessualmente trasmissibili né altri problemi direttamente collegati alla sua attività. Il pericolo maggiore riguarda invece le persone che lo frequentano, come andremo a vedere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il 27,1% delle partner di Bond muore poco dopo il rapporto</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i calcoli dello studio, <strong>il 27,1% delle partner sessuali di James Bond muore</strong> (gli autori ci tengono a precisare che nessuno di questi decessi è attribuibile a un’infezione trasmessa durante il rapporto). Le cause sono quasi sempre legate alla professione dell’agente: assassini, organizzazioni criminali, vendette personali e attentati destinati allo stesso 007.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Frequentare Bond, insomma, non espone soltanto a una relazione particolarmente breve né ai rischi sanitari accennati. Significa anche entrare nel raggio d’azione di uomini armati, criminali internazionali e megalomani dotati di basi segrete. Alcune donne vengono eliminate perché hanno aiutato l’agente, altre finiscono coinvolte in un regolamento di conti o diventano vittime di un attacco diretto contro di lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il personaggio, al contrario, attraversa oltre mezzo secolo di cinema senza mostrare particolare preoccupazione. Cambiano gli interpreti, le automobili, i nemici e perfino il modo in cui vengono raccontate le relazioni, soprattutto durante l’era di Daniel Craig. La propensione a combinare seduzione e pericolo resta però una delle caratteristiche più riconoscibili della saga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca non si limita alla vita sentimentale. Bond viene mostrato mentre si lava le mani soltanto due volte, mangia ostriche crude, maneggia pollo senza poi preoccuparsi dell’igiene e affronta climi caldi con abiti poco adatti. Beve frequentemente alcolici, ma soltanto in tre film gli studiosi lo hanno visto consumare qualcosa di analcolico (in due di quei casi si trattava, peraltro, di un caffè avvelenato e di acqua salata utilizzata per provocarsi il vomito).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlando di James Bond, parliamo di un personaggio iconico e di un ruolo ambitissimo. D&#8217;altro canto, non è certamente un ottimo esempio coni suoi comportamenti fuori e dentro il letto.</p>
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