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	<title>Si è cercato che fine ha fatto - NonSolo.TV</title>
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	<description>TV, personaggi e storie tra nostalgia, curiosità e cultura pop</description>
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	<title>Si è cercato che fine ha fatto - NonSolo.TV</title>
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		<title>Lupita Nyong’o non conosceva l’Odissea: il dettaglio che ha sorpreso molti più del casting di Nolan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 15:40:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lupita Nyong&#8217;o, già Oscar come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in 12 anni schiavo, già donna più bella del mondo secondo People, già studentessa a Yale — presso la School of Drama della prestigiosa università americana — prossima Elena nella Odissea di Christopher Nolan, scivola su una nozione che per tanti di ... <a title="Lupita Nyong’o non conosceva l’Odissea: il dettaglio che ha sorpreso molti più del casting di Nolan" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/lupita-nyongo-non-conosceva-lodissea-il-dettaglio-che-ha-sorpreso-molti-piu-del-casting-di-nolan/" aria-label="Per saperne di più su Lupita Nyong’o non conosceva l’Odissea: il dettaglio che ha sorpreso molti più del casting di Nolan">Leggi tutto</a></p>
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<p>Lupita Nyong&#8217;o, già Oscar come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in <em>12 anni schiavo</em>, già donna più bella del mondo secondo <em>People</em>, già studentessa a Yale — presso la School of Drama della prestigiosa università americana — prossima Elena nella <em>Odissea</em> di Christopher Nolan, scivola su una nozione che per tanti di noi sembra quasi banale ma che evidentemente per una parte del mondo non lo è. Nonostante la parte nel film basato sul poema omerico e nonostante gli studi di un certo livello, non ne aveva sentito parlare prima.</p>



<p>La rivelazione arriva in una lunga intervista concessa a <em>Elle</em>, nella quale l’attrice racconta il suo ingresso nel cast di <em>The Odyssey</em>, il nuovo colossal diretto da Christopher Nolan. Un progetto enorme, con un cast che comprende tra gli altri Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Robert Pattinson e Charlize Theron. Ma il passaggio che ha attirato l’attenzione più di tutti non riguarda Hollywood, i budget o la lavorazione del film.</p>



<p>Riguarda invece il momento in cui Nyong’o ammette candidamente: <em>“Non avevo idea di cosa fosse The Odyssey”</em>. Una frase pronunciata senza provocazione e senza imbarazzo, quasi con naturalezza. Nell’intervista racconta di essere andata “completamente alla cieca” all’incontro con Nolan e di essersi resa conto soltanto dopo di quanto poco conoscesse quel mondo narrativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un classico universale? Dipende da dove si guarda il mondo</strong></h2>



<p>Per chi è cresciuto in Italia, il fatto che una persona colta, premiata e formata in una delle università più prestigiose degli Stati Uniti non conoscesse l’<em>Odissea</em> può sembrare strano. Il poema attribuito a Omero attraversa programmi scolastici, adattamenti televisivi, citazioni continue, perfino modi di dire quotidiani. Ulisse è quasi una figura familiare.</p>



<p>Ma il punto interessante sta proprio qui: <strong>quello che consideriamo “universale” spesso è soltanto occidentale</strong>, o addirittura europeo. Nyong’o è nata in Messico da famiglia kenyota, è cresciuta tra Kenya e Stati Uniti e ha avuto un percorso culturale diverso da quello mediterraneo o classico che in Italia viene dato quasi per scontato.</p>



<p>Nell’intervista spiega di aver studiato alcuni monologhi legati alla mitologia greca durante gli anni a Yale, ma senza una conoscenza reale delle opere omeriche. Quando Nolan le ha consegnato la sceneggiatura, racconta di aver recuperato immediatamente il materiale: <em>“È stato un corso accelerato. Ho preso i libri e li ho letti subito”</em>. Poi aggiunge anche di aver ascoltato l’<em>Iliade</em> in audiolibro, definendolo <em>“il miglior audiolibro”</em> mai sentito.</p>



<p>Colpisce anche la semplicità con cui ne parla. Nessun tentativo di mascherare la cosa, nessuna costruzione artificiale. Solo una constatazione: non conosceva quell’opera e ha iniziato a studiarla quando il film è entrato concretamente nella sua vita.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il casting di Nolan e il dibattito che puntualmente ritorna</strong></h2>



<p>Nel film Nyong’o interpreterà Elena di Troia. Una scelta che, inevitabilmente, ha già acceso discussioni online (con accuse assortite di blackwashing). Nell’intervista l&#8217;attrice affronta anche questo tema, ricordando come si tratti di una storia mitologica e sottolineando che il cast del film <em>“rappresenta il mondo”</em>.</p>



<p>In realtà il dibattito attorno ai grandi adattamenti moderni dei classici è diventato quasi automatico. Succede con Shakespeare, con i remake Disney, con le produzioni fantasy e ora anche con Omero. Nolan, da questo punto di vista, sembra interessato più alla forza simbolica dei personaggi che a una ricostruzione filologica in senso stretto.</p>



<p>Nyong’o, però, evita accuratamente di trasformare la questione in uno scontro ideologico. Anzi, uno degli aspetti più interessanti dell’intervista è proprio la sua prudenza. Non anticipa dettagli sul film, non cerca polemiche e non forza discorsi teorici. Racconta soprattutto il lavoro sull’interpretazione di Elena, figura che definisce <em>“iconica”</em>, spiegando di essersi concentrata più sull’identità del personaggio che sulla semplice idea di bellezza.</p>



<p>Quando le viene chiesto cosa significhi interpretare <em>“il volto che ha lanciato mille navi”</em>, risponde quasi smontando il concetto stesso: <em>“Non puoi interpretare la bellezza”</em>. E subito dopo aggiunge che il vero lavoro sta nel capire <em>“chi è il personaggio”</em> e cosa ci sia <em>“oltre l’aspetto esteriore”</em>.</p>



<p>E forse è proprio questo il dettaglio più curioso dell’intera storia: una delle attrici più celebri del cinema contemporaneo entra nell’universo di Omero quasi da esterna, senza il peso scolastico o culturale che molti europei si portano dietro fin dall’adolescenza, e non è detto che &#8211; al netto del nostro shock (particolarmente accentuato in noi che abbiamo studiato al Classico, che riteniamo già scioccante una trasposizione filmica holliwoodiana in sé) &#8211; questo sia un male.</p>



<p>(Nota finale: l&#8217;immagine in evidenza vede in contrasto l&#8217;attrice kenyana e la statua di Elena di Troia realizzata da Antonio Canova nel 1800. Da segnalare come quest&#8217;ultima sia stata realizzata con una persona realmente esistente &#8211; Isabella Teotochi Albrizzi &#8211; a ispirare il personaggio; non ci trovate in questo nulla di scandaloso?)</p>
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		<title>Chi sono davvero gli Angine de Poitrine: la band mascherata che sta mandando in tilt internet</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 07:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono i tempi in cui, se hai una maschera, hai maggiori possibilità di successo — o così parrebbe. Ma non parliamo di una maschera alla pirandelliana maniera, ché ne abbiamo tutti e a iosa, ma parliamo di una maschera vera e propria. Un po’ come quella di Elvis che ha portato TonyPitony ad avere i ... <a title="Chi sono davvero gli Angine de Poitrine: la band mascherata che sta mandando in tilt internet" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/chi-sono-davvero-gli-angine-de-poitrine-la-band-mascherata-che-sta-mandando-in-tilt-internet/" aria-label="Per saperne di più su Chi sono davvero gli Angine de Poitrine: la band mascherata che sta mandando in tilt internet">Leggi tutto</a></p>
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<p>Sono i tempi in cui, se hai una maschera, hai maggiori possibilità di successo — o così parrebbe.</p>



<p>Ma non parliamo di una maschera alla pirandelliana maniera, ché ne abbiamo tutti e a iosa, ma parliamo di una maschera vera e propria.</p>



<p>Un po’ come quella di Elvis che ha portato <a href="https://www.nonsolo.tv/di-dove-tonypitony-la-verita-svelata-da-fiorello-alla-prima-in-rai/">TonyPitony ad avere i suoi mesi di gloria a cavallo di Sanremo</a> (adesso se ne parla un po’ meno, nèvvero?).</p>



<p>In questo caso i mascherati sono due e dietro c’è tutto un concept pazzissimo e intellettuale, o così parrebbe.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli Angine de Poitrine e il fenomeno nato da KEXP</h2>



<p>Gli <strong>Angine de Poitrine</strong> (letteralmente Angina Pectoris) arrivano dal Québec e, nel giro di pochi mesi, sono passati dall’essere una curiosità della scena alternativa canadese a uno dei fenomeni musicali più discussi del 2026 (di questa prima parte di 2026 &#8211; in attesa che si passi ad altro: la bulimia da novità non si placa mai).</p>



<p>La scintilla è stata una session registrata da&nbsp;<strong>KEXP</strong>, storica radio di Seattle specializzata in musica indipendente. Ventisette minuti bastati a trasformare due musicisti mascherati in un caso virale globale: milioni di visualizzazioni su YouTube, thread su Reddit, reaction video, tour europei sold out e perfino Dave Grohl dei&nbsp;<strong>Foo Fighters</strong>&nbsp;che li ha definiti “completely bonkers”.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Angine de Poitrine - Full Performance (Live on KEXP)" width="1500" height="844" src="https://www.youtube.com/embed/0Ssi-9wS1so?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>La prima cosa che colpisce, inevitabilmente, è l’estetica. Costumi a pois bianchi e neri, maschere di cartapesta dall’aria aliena, linguaggio inventato, movimenti teatrali e un immaginario a metà tra dadaismo, prog rock e performance art.</p>



<p>Il rischio, davanti a un progetto del genere, è pensare immediatamente all’ennesima operazione costruita per TikTok o per il meme di giornata.</p>



<p>Solo che poi parte la musica.</p>



<p>E lì il discorso cambia.</p>



<p>Dietro i nomi fittizi di&nbsp;<em>Khn</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Klek</em>&nbsp;ci sono due musicisti che suonano insieme da oltre vent’anni. La loro storia nasce da adolescenti nei seminterrati del Saguenay, tra jam session infinite, prog rock, punk, jazz storto e strumenti modificati a mano.</p>



<p>La celebre doppia chitarra microtonale usata da Khn non è un vezzo scenico: è stata costruita artigianalmente per poter inserire note “intermedie” rispetto alla scala occidentale tradizionale. Una soluzione che prende ispirazione da musiche arabe, turche, indiane e asiatiche ascoltate dai due fin da ragazzi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra math rock, dadaismo e rigetto dell’estetica perfetta</h2>



<p>Molti hanno definito gli Angine de Poitrine “math rock”, ma la definizione spiega solo una parte del fenomeno.</p>



<p>Certo, ci sono tempi dispari, loop complessi, cambi di ritmo improvvisi e una precisione tecnica impressionante. Alcuni musicisti online hanno persino analizzato le loro strutture ritmiche come fossero esercizi matematici, scomponendo i brani tra 12/8, 7/8 e combinazioni ritmiche quasi ossessive.</p>



<p>Ma se la band fosse solo tecnica, probabilmente non avrebbe avuto questo impatto.</p>



<p><strong>Quello che rende gli Angine de Poitrine interessanti è il contrasto continuo tra complessità e approccio ludico</strong>. Dietro tutto il loro universo c’è una componente quasi infantile: i costumi costruiti con farina e cartapesta, le maschere tenute volutamente rovinate, i riferimenti nonsense, il gusto per il caos creativo.</p>



<p>In diverse interviste hanno raccontato che il progetto nacque quasi per scherzo nel 2019. Dovevano esibirsi due volte nello stesso locale nel giro di pochi giorni e temevano che nessuno sarebbe tornato a vederli. Così decisero di inventarsi un’altra band, mascherandosi.</p>



<p>La cosa è semplicemente degenerata nel modo più imprevedibile possibile.</p>



<p>Ed è curioso che il successo sia arrivato proprio in un momento storico in cui gran parte della musica online appare sempre più levigata, prevedibile e costruita per l’algoritmo.</p>



<p>Nei commenti sotto il video di KEXP c’è chi ha scritto:&nbsp;<em>“This is the only way we can win the battle against AI. Live music forever.”</em></p>



<p>Può sembrare una frase esagerata, ma fotografa bene il motivo per cui tanta gente si è affezionata a loro.</p>



<p>Gli Angine de Poitrine trasmettono l’idea di qualcosa di profondamente umano: imperfetto, artigianale, faticoso, persino scomodo. Suonano nascosti dentro maschere soffocanti, utilizzano loop rigidissimi che richiedono precisione assoluta e costruiscono pezzi che potrebbero crollare da un momento all’altro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un successo virale che potrebbe durare più del previsto</h2>



<p>Come abbiamo anche accennato qualche riga or sono, molti fenomeni virali spariscono nel giro di qualche settimana. È successo infinite volte e gli Angine de Poitrine potrebbero anche fare la stessa fine, naturalmente. Però ci sono alcuni dettagli che fanno pensare che il progetto abbia basi più solide rispetto a tanti altri casi esplosi online.</p>



<p>Intanto la componente live. I loro concerti stanno funzionando ovunque, e non solo su internet. Poi c’è una scena musicale reale alle spalle: festival, tour, anni di gavetta, una rete underground costruita lentamente in Québec.</p>



<p>E soprattutto c’è la musica.</p>



<p>Non rivoluzionaria, forse, ma sufficientemente personale da evitare l’effetto copia-incolla che ormai domina buona parte della musica virale contemporanea.</p>



<p>Paradossalmente, la loro forza sembra essere proprio il fatto di non inseguire troppo il successo. In diverse interviste i due musicisti sono apparsi quasi infastiditi dall’eccessiva mitizzazione attorno al progetto.</p>



<p>Uno di loro ha raccontato di aver letto un commento su YouTube in cui qualcuno scriveva: “Adesso ho di nuovo una ragione per vivere”. La sua risposta è stata più o meno:&nbsp;<em>“Calmati e vai ad abbracciare tua madre.”</em></p>



<p>Forse è anche questo a renderli credibili.</p>



<p>Nel frattempo, tra maschere rovinate dal sudore, strumenti assurdi infilati dentro sacchi a pelo negli aeroporti e fan che cercano di ricostruire la loro identità online, gli Angine de Poitrine continuano semplicemente a fare quello che facevano nei seminterrati da adolescenti: suonare musica strana divertendosi parecchio.</p>



<p>In un panorama musicale sempre più standardizzato, potrebbe essere già abbastanza.</p>
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		<title>Glasond contro i boomer: analisi di Lettera ai boomer tra ironia, rabbia e postmodernità</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/glasond-contro-i-boomer-analisi-di-lettera-ai-boomer-tra-ironia-rabbia-e-postmodernita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[R.D.V.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 09:11:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Antonio D’Alessandro, cosentino classe 2000 (così ho scoperto su rapteratura.it), è meglio noto come Glasond, nel magico mondo del rap italiano. Ho scoperto sempre grazie a rapteratura che il ragazzo, assieme alla sua crew, ha portato la Calabria sulla mappa del rap italiano. Personalmente, l’ho scoperto ormai qualche tempo fa grazie ad un amico ... <a title="Glasond contro i boomer: analisi di Lettera ai boomer tra ironia, rabbia e postmodernità" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/glasond-contro-i-boomer-analisi-di-lettera-ai-boomer-tra-ironia-rabbia-e-postmodernita/" aria-label="Per saperne di più su Glasond contro i boomer: analisi di Lettera ai boomer tra ironia, rabbia e postmodernità">Leggi tutto</a></p>
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<p>Francesco Antonio D’Alessandro, cosentino classe 2000 (così ho scoperto su rapteratura.it), è meglio noto come <strong>Glasond</strong>, nel magico mondo del rap italiano.</p>



<p>Ho scoperto sempre grazie a rapteratura che il ragazzo, assieme alla sua crew, ha portato la Calabria sulla mappa del rap italiano.</p>



<p>Personalmente, l’ho scoperto ormai qualche tempo fa grazie ad un amico calabrese, che credo l’abbia scoperto a sua volta tramite <a href="https://www.ilblast.it/">ilblast</a> &#8211; o forse ho scoperto io il ragazzo tramite ilblast e l’ho passato all’amico calabrese &#8211; non ricordo la dinamica di preciso; per certo l’amico calabrese mi fece a suo tempo scoprire ilblast.</p>



<p>Ilblast è una realtà che tenderebbe a destra, esistessero ancora queste categorie; immagino loro si definirebbero accelereazionari.</p>



<p>Li ho letti e li leggo spesso con interesse, pur tendendo io eventualmente a sinistra &#8211; sebbene in questi tempi postmoderni sia abbastanza confuso, per di più da maschio bianco eterosessuale non più giovanissimo.</p>



<p><strong>Con interesse ho ascoltato nel tempo diverse canzoni di Glasond,</strong> e ancora di più del suo sodale Hammon. Alcune, a tratti, mi sono piaciute proprio &#8211; seppur con quel senso di colpa atavico da maschio bianco eterosessuale di sinistra in questi tempi postmoderni (un senso di colpa di diverso segno ma simile a quello che ho provato e provo ascoltando Niko Pandetta).</p>



<p>Alcune mi hanno divertito, alcune mi hanno fatto riflettere; e spesso mi sono chiesto dove iniziasse (o finisse) l’ironia, se ironia nei loro testi ci fosse.</p>



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<p>Ma in questi tempi postmoderni siamo tutti un po’ postironici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lettera ai boomer, un’esegesi</h2>



<p>Ma andiamo a vedere il testo di Lettera ai boomer, perché immagino qualcuno si chieda il significato della stessa, ed eccomi qui a provare a capire &#8211; rubando il testo da Genius e applicandomici in prima persona, sebbene mi fosse passato per la testa di far fare l’analisi a ChatGPT, ma <a href="https://www.nonsolo.tv/chi-siamo/">come scritto nell’about del sito noi l’IA la usiamo solo per correggerci le bozze</a>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Glasond - LETTERA AI BOOMER (Video Ufficiale)" width="1500" height="844" src="https://www.youtube.com/embed/6fu7vhOnpIY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p><em>Caro boomer, oggi ti scrivo<br>Per dirti quanto cazzo mi fate schifo<br>Mettete bocca sul mondo lavorativo<br>Avete messo voi lì ogni politico<br>Inseguo i numeri su schermo fin dal mattino<br>Ogni mio coetaneo che si sbatte per l&#8217;affitto<br>Mentre aspetta che un boomer gli faccia il bonifico<br>Spesso la somma è il minimo prestabilito</em></p>



<p><strong>L’attacco è un chiaro attacco alla società attuale</strong>. Al capitalismo? Ma diciamo pure al capitalismo.</p>



<p>Non so se Glasond lavori nella finanza &#8211; questo fa immaginare con sul suo inseguire i numeri su schermo &#8211; o se si riferisca al fatto che senza numeri non si esiste, in questi tempi di bulimia di like, share e subscribe; ciò che è certo è che i boomer sono all’apice della catena alimentare e sono loro a mantenere in vita tutti coloro che boomer non sono, con un misero bonifico che gli consente a malapena di sopravvivere.</p>



<p><strong>Da notare come nel Paese che amiamo non esista un minimo prestabilito, in assenza di un salario minimo.</strong></p>



<p><em>Ci voglion gli uni contro gli altri e ci siete cascati<br>Vogliono scatenare la guerra tra neri e bianchi<br>Tu scrivi dal divano dal tuo telefonino<br>Perché c&#8217;hai avuto culo con il posto da postino<br>Sei come un cane a cui danno il contentino<br>Ti basta che vinca il tuo club preferito<br>Non bastano i soldi se sei povero di spirito</em></p>



<p>Ieratico come non mai, <strong>Glasond scrive un giambo più che una lettera</strong>. E nel suo giambo accusa i boomer (da intendersi in qualche forma come le classi dominanti) di volere una guerra tra poveri &#8211; tra neri contro bianchi (in tal senso le letture delle folli corse a 100 all’ora in terra emiliana sono perfette per questo tipo di guerra).</p>



<p>Chi dovremmo odiare, tendenzialmente, sta più in alto di noi.</p>



<p><em>Spendi duemila per un cane e poi non vuoi fare un figlio<br>Ci stanno i quarantenni a molestare in discoteca<br>Mentre a casa c&#8217;hanno una famiglia che li aspetta (Sei una merda)</em></p>



<p>Sembra di sentire Papa Francesco, ma qui è Francesco senza il Papa &#8211; quando nel 2024, nell&#8217;udienza alla delegazione The Economy of Francesco, diceva: “Vedo che ci sono alcuni bambini lì: è bello questo, i<strong>n una cultura dove si privilegia avere cagnolini o gatti e non bambini</strong>”.</p>



<p>Da quasi quarantenne (sono boomer o millennial?) che continua, quando può, ad andare al club pur con moglie e prole a casa, sento un discreto senso di colpa nel leggere le parole di Glasond &#8211; ma questo è il problema di essere maschio bianco eterosessuale nel 2026 &#8211; e poi non molestavo negli anni ’10 quando ero bello sguinzagliato, ancor meno penserei a farlo oggi. E non è una <em>excusatio non petita</em>, giuro.</p>



<p><em>Vi vedo, vi piangete addosso per una bolletta<br>Procedono a votare per chi li ha portati in guerra<br>Chiedete a noi miracoli, di fare sacrifici<br>In Costituzione aumentare lavoratrici<br>Un pezzo di carta è più importante dell&#8217;Italia</em></p>



<p>Qui entra in gioco il Glasond più politico.</p>



<p>Attacchi a chi piange povertà e vota chi li ha impoveriti con politiche suicide (non facciamo nomi &#8211; anche perché pressoché tutto l’arco parlamentare ha deciso che siamo un Paese a cui piace la guerra, anche laddove non ci porta alcun beneficio. E in assoluto <strong>la guerra è bella anche se fa male può essere solo uno splendido verso di un altro Francesco, non la realtà dei fatti</strong>) e un attacco, immagino, alla Costituzione, divenuta in alcuni casi più un feticcio che altro.</p>



<p><em>Raccomandati fan convegni sulla mafia<br>Vi strapperanno dalle mani i vostri figli e voi muti<br>Generazioni senza palle, la metà sono cornuti<br>Il giorno che soffri la fame vediamo se poi giudichi<br>Stai con la lingua sul culo delle banche e dei giudici<br>Siete quattro boomerazzi che se la spassano a trans<br>Si mangiano l&#8217;Italia in vacanza a Lloret de Mar<br>Non accetto i consigli di chi al polso ha un Audemars<br>E manco da un boomer fallito che si ubriaca nel bar</em></p>



<p>Qui le accuse si fanno più generiche ma frattanto  personali. E non si salva tendenzialmente nessun boomer, né quello che va a trans, né quello che va in vacanza in Costa Brava, né chi si compra orologi dal costo spropositato, né quelli che si dedicano al bere (che, ricordiamo, vincerà sul male).</p>



<p><em>In strada, se ti difendi, brutta notte in galera<br>Ogni scusa è buona per farti mangiare la merda<br>Difendete i valori, ma avete svuotato la chiesa<br>Perché una slot machine è più importante di una messa<br>Tu sei andato in pensione a cinquant&#8217;anni<br>Tu hai eletto solamente criminali<br>Tu hai svenduto i tuoi valori culturali<br>Non mi rompere i coglioni, c&#8217;ho vent&#8217;anni</em></p>



<p>Tra un attacco ai ludopatici e uno all’impossibilità di difendersi legittimamente (laddove dovrebbe essere, ahinoi, lo Stato stesso a farlo) arrivano le accuse più dirette &#8211; in seconda persona:</p>



<p>Il boomer maledetto è quello che è andato in pensione giovane (<strong>abbiamo fatto nostra l’idea che a 50 anni si sia ancora giovani</strong>) quando noialtri la pensione non la vedremo mai; è quello che ha votato esponenti politici quantomeno rivedibili (uso io un eufemismo); è quello che ha svenduto i valori culturali del Bel Paese (sebbene io sia convinto che quella sia colpa del berlusconismo culturale &#8211; quello che ci ha sminchiato il cervello dagli anni ’80).</p>



<p>E quando sembra tutto finito, con una chiusura che sembra un grido liberatorio &#8211; un po’ come la fine di <em>7 miliardi</em> di Massimo Pericolo &#8211; con un colpo di genio</p>



<p>“Ah, anzi, devo aggiungere una cosa”</p>



<p>prosegue con altre dodici barre.</p>



<p><em>Non me ne frega un cazzo di come era ai tuoi tempi<br>Facciamo meno figli perché cancelliamo i generi<br>Vogliamo uomini truccati e donne nei cantieri<br>E figli sistemati facendo i carabinieri<br>E bambini educati solo ad essere degeneri<br>Danno colpe alle donne ma sono i primi a essere indegni<br>Divorziano, fanno le corna dopo due mesi<br>Chissà perché i figli poi sono depressi</em></p>



<p>Glasond prosegue quindi con un attacco (che per qualcuno sarà un po’ <em>boomerish</em> &#8211; c’è sempre qualcuno che è meno boomer di te) ai tempi attuali &#8211; un <em>topos</em> classico nella poetica del cosentino, da cui abbiamo appreso anche una possibile soluzione rieducativa (un Erasmus pluriennale in Dagestan).</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="DAGESTAN" width="1333" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/6RvReWOyeoo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Viviamo in assoluto in tempi promiscui, ma accusare il singolo &#8211; mi permetto &#8211; è vedere il dito e non la luna: quanta colpa può avere il singolo che fa le corna dopo due mesi (che non si fa, nonnò, non si fa) quando<strong> la società è così sessualizzata e basta aprire un fottuto social</strong> &#8211; un fottuitissimo social &#8211; <strong>per avere due minnazze sparate in faccia?</strong></p>



<p><em>I boomer sono i tre quarti del popolo se ci pensi<br>Mi hanno rotto tre quarti di minchia con gli interessi<br>Magari iniziano a puntare il dito contro sé stessi</em></p>



<p>Ed eccoci qui, ad un passo dalla chiusura vera di questa lettera aperta. Un passo in cui il Nostro chiarisce una volta per tutti chi sono questi fantomatici boomer. Siamo tutti. Sono anche io, porca la troia. Cosa dobbiamo fare? La prossima volta voglio una <em>pars costruens</em> (che altrove s’era vista &#8211; vorrei solo che maschi e femmine si volessero di nuovo bene).</p>



<p><em>Distinti saluti, Francesco, arrivederci.</em></p>



<p>Ciao Francesco, alla prossima.</p>



<p>(Rimango solo con un quesito: <strong>non si fanno figli per colpa dei cani o per colpa della fluidità?</strong>)</p>
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		<title>Euro Trip, che fine hanno fatto gli attori? Il flop diventato cult che ha bruciato carriere</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/euro-trip-che-fine-hanno-fatto-gli-attori-il-flop-diventato-cult-che-ha-bruciato-carriere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 19:28:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Che fine ha fatto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2004 sembrava tutto apparecchiato. Le commedie adolescenziali funzionavano, il pubblico rispondeva e Hollywood sapeva esattamente come muoversi. Euro Trip nasce dentro questo contesto, con ambizioni nemmeno troppo nascoste: inserirsi nella scia di successi come American Pie e Road Trip e diventare un altro titolo di riferimento per il genere. Sulla carta, c’erano pochi dubbi. ... <a title="Euro Trip, che fine hanno fatto gli attori? Il flop diventato cult che ha bruciato carriere" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/euro-trip-che-fine-hanno-fatto-gli-attori-il-flop-diventato-cult-che-ha-bruciato-carriere/" aria-label="Per saperne di più su Euro Trip, che fine hanno fatto gli attori? Il flop diventato cult che ha bruciato carriere">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 2004 sembrava tutto apparecchiato. Le commedie adolescenziali funzionavano, il pubblico rispondeva e Hollywood sapeva esattamente come muoversi. <em>Euro Trip</em> nasce dentro questo contesto, con ambizioni nemmeno troppo nascoste: inserirsi nella scia di successi come <em>American Pie</em> e <em>Road Trip</em> e diventare un altro titolo di riferimento per il genere.</p>



<p>Sulla carta, c’erano pochi dubbi. La sceneggiatura era stata pagata quasi 4 milioni di dollari, una cifra altissima per una commedia di questo tipo. Dietro c’erano nomi solidi, con esperienza nella scrittura comica. Il cast, pur giovane, aveva un volto già noto come Michelle Trachtenberg, capace di attirare un pubblico cresciuto con lei tra televisione e cinema.</p>



<p>E poi c’era anche quel cameo destinato a rimanere nella memoria collettiva: Matt Damon, completamente fuori ruolo, in una delle scene più citate del film. Un dettaglio che, da solo, racconta quanto il progetto fosse tutt’altro che improvvisato (se non improvvisati sicuramente un po&#8217; <em>cringe</em> potevano essere alcuni dialoghi. Già da quello che si sviluppa ai margini del cameo che vi proponiamo lo potete notare&#8230; <em>mamma mia</em>).</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Euro Trip -  Matt Damon Cameo" width="1500" height="844" src="https://www.youtube.com/embed/BemCwLCmr44?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Ad ogni modo, qualcosa non andò per il verso giusto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un film che aveva tutto per funzionare</h2>



<p>Guardandolo oggi, <em>Euro Trip</em> non dà l’impressione di un errore. O comunque non un completo errore. È una commedia che scorre senza fatica, con una struttura semplice ma efficace, negli standard dei teen movie dell&#8217;epoca (tutto sommato, ad essere meno severi nel giudizio, anche le battute del video proposto qualche riga or sono rientrano negli standard).</p>



<p>È sicuramente meglio di alcuni dei film dimenticabili che riempivano il genere in quegli anni e forse funziona meglio di diversi titoli più celebrati con quella leggerezza che permette di rivederlo anche a distanza di tempo (e che testimonia lo spirito dei tempi di inizio millennio).</p>



<p>Il problema, però, non è mai stato il film in sé.</p>



<p>Al botteghino, la risposta è stata fredda. <em>Euro Trip</em> incassa circa 22 milioni di dollari a fronte di un budget di 25. Numeri che, considerando la divisione degli incassi con le sale, si traducono in una perdita netta per lo studio.</p>



<p>Non un semplice risultato sotto le aspettative. Un vero fallimento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Euro trip, la scelta sbagliata nel momento sbagliato</h2>



<p>Una delle chiavi sta nella distribuzione. Il film esce a febbraio, uno dei periodi meno favorevoli per il cinema, soprattutto per una commedia rivolta a un pubblico giovane.</p>



<p>Non è una condanna automatica, ma è un ostacolo. Il pubblico è meno presente, le condizioni non aiutano e la visibilità si riduce. Se poi manca una spinta promozionale forte, il rischio diventa concreto.</p>



<p>E qui entra in gioco il secondo problema.</p>



<p>Secondo diverse testimonianze, il film non è stato sostenuto davvero dallo studio. Il marketing è stato debole, quasi disinteressato. La sensazione, condivisa da chi ci ha lavorato, è che il progetto fosse percepito come “minore”, nonostante l’investimento iniziale.</p>



<p>Quando succede, il risultato è prevedibile: il film non raggiunge il pubblico. Non perché non possa piacere, ma perché non viene messo nelle condizioni di essere visto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che fine hanno fatto gli attori di Euro Trip</h2>



<p>Il lato più amaro della storia riguarda proprio il destino del cast.</p>



<p>Per Scott Mechlowicz, Jacob Pitts e Travis Wester, <em>Euro Trip</em> rappresentava molto più di un semplice ruolo. Era l’ingresso nel circuito dei grandi studi, l’occasione per costruire una carriera.</p>



<p>Non succede.</p>



<p>Dopo il flop, le opportunità si riducono drasticamente. Nessuno dei tre riesce a trasformare quel debutto in un trampolino. Le loro filmografie restano limitate, frammentate, spesso lontane dal cinema mainstream. In alcuni casi, il percorso si interrompe quasi del tutto.</p>



<p>È il meccanismo più duro dell’industria: una commedia di successo può lanciare attori sconosciuti in pochi mesi (sebbene il rischio è di incastrarsi dentro un&#8217;immagine giovanilistica &#8211; vedasi il caso di <a href="https://www.nonsolo.tv/che-fine-ha-fatto-mena-suvari-icona-di-inizio-millennio-tra-american-beauty-e-american-pie/">Mena Suvari</a>). Una che fallisce può fare l’opposto.</p>



<p>Diverso il discorso per Michelle Trachtenberg. Arrivava da un percorso già avviato, con ruoli importanti alle spalle. Dopo <em>Euro Trip</em> ha continuato a lavorare, anche se senza un vero salto di livello. La sua carriera ha seguito una traiettoria più stabile, ma senza quella svolta che il film, in caso di successo, avrebbe potuto garantire.</p>



<p>Altri nomi presenti nel cast – come Matt Damon o Jeffrey Tambor – hanno avuto percorsi completamente indipendenti. Il loro futuro non è mai stato legato a <em>Euro Trip</em>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da flop a cult: una seconda vita fuori dalle sale</h2>



<p>Col tempo, però, qualcosa cambia.</p>



<p>Fuori dal circuito cinematografico, <em>Euro Trip</em> trova il suo pubblico. Prima con il mercato home video, poi con le repliche televisive e infine con lo streaming. Il passaparola cresce, le scene diventano riconoscibili, le battute iniziano a circolare.</p>



<p>Il film smette di essere un flop e diventa un cult.</p>



<p>È una trasformazione lenta, ma evidente. Le proiezioni anniversario registrano partecipazione, il titolo viene riscoperto, citato, condiviso. Non è più un prodotto dimenticato, ma uno di quei film che continuano a vivere nel tempo.</p>



<p>Il paradosso è tutto qui: il pubblico c’era, ma non è stato raggiunto nel momento giusto.</p>



<p>E per gli attori che avevano bisogno di quel successo nel 2004, quella seconda vita non è bastata a cambiare le cose.</p>
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		<title>Eleanor in Fuori in 60 secondi: la storia dell’auto più iconica del film</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/eleanor-in-fuori-in-60-secondi-la-storia-dellauto-piu-iconica-del-film/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 14:50:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non solo Nicolas Cage o Angelina Jolie (attori della versione del 2000 del film, costata circa 100 milioni di dollari e che ha portato al botteghino circa 237 milioni): grande protagonista del remake di Fuori in 60 secondi (titolo originale Gone in 60 Seconds) è una macchina, Eleanor. Eleanor di Fuori in 60 secondi è ... <a title="Eleanor in Fuori in 60 secondi: la storia dell’auto più iconica del film" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/eleanor-in-fuori-in-60-secondi-la-storia-dellauto-piu-iconica-del-film/" aria-label="Per saperne di più su Eleanor in Fuori in 60 secondi: la storia dell’auto più iconica del film">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non solo Nicolas Cage o Angelina Jolie (attori della versione del 2000 del film, costata circa 100 milioni di dollari e che ha portato al botteghino circa 237 milioni): grande protagonista del remake di <em>Fuori in 60 secondi</em> (titolo originale <em>Gone in 60 Seconds</em>) è una macchina, Eleanor.</p>



<p>Eleanor di <em>Fuori in 60 secondi</em> è una Ford Mustang Shelby GT500 del 1967; nel film del 2000 è la celebre “hero car” guidata da Nicolas Cage, mentre nel film originale del 1974 era una Mustang diversa nella rappresentazione cinematografica. Il prezzo varia moltissimo: una replica ufficiale moderna è stata proposta tra circa 189.000 e 284.350 dollari, mentre un’auto del film o una replica molto rara può arrivare a oltre 1 milione di dollari all’asta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che macchina è davvero Eleanor</h2>



<p><strong>Eleanor non è “solo” una Mustang </strong>qualsiasi: nell’immaginario del film è una Shelby GT500 fastback del 1967 con un kit estetico immediatamente riconoscibile. Cerchi moderni, assetto aggressivo, presa d’aria sul cofano e livrea grigio scuro con strisce nere: ogni dettaglio contribuisce a renderla iconica.</p>



<p>Nel remake del 2000, Eleanor diventa uno dei simboli assoluti del cinema automotive, al punto da essere percepita quasi come un personaggio. Non è un semplice mezzo: è l’obiettivo, la tensione, il rischio finale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto costa Eleanor oggi</h2>



<p>Il costo dipende molto da cosa si intende per Eleanor. Le repliche ufficiali moderne, annunciate nel 2018, partivano da circa 189 mila dollari e potevano arrivare fino a 284.350 dollari, in base a motore, cambio e optional.</p>



<p>Un altro discorso riguarda le auto utilizzate nel film o le repliche più rare: in questi casi si entra nel mondo del collezionismo, con cifre che superano facilmente i 500 mila dollari e che possono arrivare o oltrepassare 1 milione di dollari nelle aste più importanti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Eleanor esiste davvero o è solo cinema?</h2>



<p>La risposta è: entrambe le cose. Eleanor nasce come elemento narrativo, ma è diventata nel tempo un oggetto reale, replicato, venduto e desiderato.</p>



<p>Non esiste una sola Eleanor “ufficiale”: esistono più versioni, più repliche, più interpretazioni. Ed è proprio questo a renderla interessante. <strong>Eleanor è un’idea prima ancora che un’auto</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché Eleanor è diventata più famosa del film</h2>



<p>Ci sono film che si ricordano per una scena, altri per una battuta. <em>Fuori in 60 secondi</em> si ricorda per un’auto. Non è scontato (in tal senso, riportiamo un simpatico commento ai margini del video seguente, dedicato alle scene del film con Eleanor:<em> the godfather of fast and the furious</em>).</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Gone in 60 Seconds but it&#039;s only Randall Raines 1967 Ford Mustang GT500 Eleanor" width="1500" height="844" src="https://www.youtube.com/embed/Qw8Rjnc57SA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Eleanor funziona perché incarna perfettamente un certo tipo di cinema: diretto, visivo, senza troppe spiegazioni. È una presenza forte, immediata, quasi mitologica. E in un film costruito su una lista di auto da rubare, è l’unica che conta davvero.</p>



<p>Non a caso è l’ultima della lista: quella che chiude il cerchio, quella che mette tutto in gioco.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il simbolo di un certo cinema anni 2000</h2>



<p>Guardando oggi <em>Fuori in 60 secondi</em>, Eleanor appare come il simbolo di un’epoca precisa. Un cinema action meno costruito, meno digitale, più fisico. Più imperfetto, ma anche più riconoscibile.</p>



<p>La muscle car americana, reinterpretata con un’estetica moderna, diventa qui un ponte tra passato e presente. E forse è proprio questo il motivo per cui Eleanor continua a funzionare: non appartiene del tutto a un’epoca sola.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Curiosità su Eleanor</h2>



<p>Prima ancora dei numeri e delle specifiche tecniche, Eleanor è diventata nel tempo un piccolo mito fatto di dettagli, aneddoti e scelte produttive che hanno contribuito a costruirne l’aura. Di seguito, andremo a scoprire alcune curiosità in merito a questa mitica auto del grande schermo.</p>



<p>Nel film del 2000, Eleanor è l’ultima auto della lista da rubare, quella decisiva per completare il colpo e salvare il fratello di Memphis. È quindi non solo un oggetto, ma il vero punto di tensione narrativa.</p>



<p><strong>Per le riprese del remake furono costruite 11 Eleanor, ma solo 3 erano realmente funzionanti</strong>: un dato che racconta bene quanto il cinema, anche quando sembra realistico, sia costruzione pura.</p>



<p>La versione del 2000 ha reso celebre il pulsante “Go Baby Go”, che nel film attiva il protossido di azoto: una trovata semplice, ma rimasta impressa nella memoria collettiva.</p>



<p>Una delle auto usate nel film è stata venduta all’asta per circa 1 milione di dollari, confermando come Eleanor appartenga più al mondo delle opere da collezione che a quello delle auto “normali”.</p>



<p>Anche la produzione delle repliche ufficiali ha contribuito al mito: in alcuni casi servivano circa sei mesi per completarne una, con la possibilità di scegliere tra cambio manuale e automatico, cosa piuttosto rara per un’icona cinematografica costruita su licenza.</p>



<p>Infine, il nome stesso “Eleanor” è diventato un riferimento culturale: oggi non indica solo quella specifica auto, ma un intero stile di Mustang elaborata ispirata al film.</p>
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		<title>Michael Schumacher torna sul grande schermo: dopo il corto, un film bulgaro sulla sua vita?</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/michael-schumacher-torna-sul-grande-schermo-dopo-il-corto-un-film-bulgaro-sulla-sua-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 19:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema e Serie Tv]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un film bulgaro su Michael Schumacher è in arrivo entro fine anno: cast emergente, un corto già virale e molte incognite sul nuovo biopic. Michael Schumacher continua a essere una figura centrale anche lontano dalle piste. Il suo nome torna ciclicamente, tra ricordi sportivi, racconti incompleti e nuovi tentativi di riportare la sua storia al ... <a title="Michael Schumacher torna sul grande schermo: dopo il corto, un film bulgaro sulla sua vita?" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/michael-schumacher-torna-sul-grande-schermo-dopo-il-corto-un-film-bulgaro-sulla-sua-vita/" aria-label="Per saperne di più su Michael Schumacher torna sul grande schermo: dopo il corto, un film bulgaro sulla sua vita?">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Un film bulgaro su Michael Schumacher è in arrivo entro fine anno: cast emergente, un corto già virale e molte incognite sul nuovo biopic.</strong></p>



<p>Michael Schumacher continua a essere una figura centrale anche lontano dalle piste. Il suo nome torna ciclicamente, tra ricordi sportivi, racconti incompleti e nuovi tentativi di riportare la sua storia al pubblico. L’ultimo arriva dalla Bulgaria, dove è in sviluppo un film biografico che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe raccontare la vita del sette volte campione del mondo in una chiave diversa rispetto al passato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nuovo film su Michael Schumacher: cosa sappiamo davvero del progetto bulgaro</h2>



<p>Le informazioni disponibili sono ancora limitate, ma alcuni elementi sono già emersi. Si tratterebbe di un progetto indipendente, sviluppato all’interno del circuito cinematografico bulgaro, con un’uscita prevista tra la fine dell’anno, indicativamente tra ottobre e dicembre.</p>



<p>Il progetto nasce però da qualcosa di già concreto. <em>The Kaiser</em> non è solo un’idea: è un cortometraggio già realizzato, pensato come <strong>proof of concept</strong> per dimostrare che un film su Schumacher può funzionare anche in chiave cinematografica.</p>



<p>Il corto racconta l’ascesa del pilota, dal debutto in Formula 1 nel 1991 fino ai momenti che ne hanno definito il percorso. Non si limita ai risultati: prova a entrare nella pressione, nelle scelte, nella costruzione mentale di un campione.</p>



<p>E c’è un dato che spiega perché il progetto stia iniziando a circolare: il trailer ha sfiorato <strong>le 300mila visualizzazioni in pochi giorni</strong>, segnale che l’interesse attorno all’operazione esiste. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-handler-delloggetto-incorporato wp-block-embed-handler-delloggetto-incorporato wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="The Kaiser | Official Trailer" width="1500" height="844" src="https://www.youtube.com/embed/guiYuwirK5M?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Non è un caso isolato. Dal sito ufficiale emerge chiaramente che il progetto punta anche su una dimensione partecipativa: è attiva una campagna di finanziamento con diversi livelli di supporto, dai contenuti digitali fino ai crediti nel film. Un modello che prova a coinvolgere direttamente il pubblico nella realizzazione del lungometraggio.</p>



<p>Non è ancora chiaro il livello di distribuzione che avrà il film: potrebbe restare confinato a circuiti locali o trovare spazio su piattaforme digitali in un secondo momento. È uno scenario plausibile, considerando il tipo di produzione e l’assenza, almeno per ora, di grandi nomi coinvolti a livello internazionale.</p>



<p>Questo non significa automaticamente un progetto minore. Al contrario, produzioni di questo tipo hanno spesso maggiore libertà narrativa. Il punto sarà capire se questa libertà verrà utilizzata per costruire un racconto credibile o se si limiterà a rielaborare episodi già noti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi interpreta Schumacher e gli altri protagonisti: il cast del biopic</h2>



<p>Il film nasce direttamente dall’esperienza del corto <em>The Kaiser</em> e ne mantiene anche il cast. Jivko Sirakov interpreta Michael Schumacher (la somiglianza è un po&#8217; dubbia, ma vabbè), mentre Kristo Stoichkov veste i panni di Ayrton Senna. Completano il gruppo Dimiter D. Marinov nel ruolo di Eddie Jordan, Raymond Steers come Willi Weber e Viktoria Antonova in quello di Corinna Schumacher.</p>



<p>È una scelta precisa: evitare volti troppo riconoscibili per lasciare spazio ai personaggi. Una soluzione che può funzionare, ma che richiede una scrittura solida e una regia capace di sostenere il racconto senza appoggiarsi alla notorietà degli interpreti.</p>



<p>Il rischio, in questi casi, non è tanto la performance degli attori quanto la costruzione complessiva. Un biopic sportivo regge se riesce a dare profondità ai momenti chiave, non se si limita a ricostruirli in modo didascalico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dopo “Schumacher” su Netflix, perché si torna a raccontare la sua storia</h2>



<p>L’ultimo grande racconto audiovisivo su Schumacher risale al 2021, con il documentario <em>Schumacher</em> prodotto da Netflix. Un lavoro costruito su materiali d’archivio, immagini private e testimonianze dirette di protagonisti del paddock come David Coulthard, Ross Brawn e Flavio Briatore (che con Schumacher ha lavorato ai tempi della Benetton).</p>



<p>Quel documentario aveva un accesso privilegiato, anche grazie al coinvolgimento della famiglia. Il risultato era un racconto controllato, ma coerente, che metteva insieme carriera e dimensione privata senza forzature evidenti.</p>



<p>Il nuovo film parte da una condizione diversa. Non è chiaro se ci sia alcun tipo di collaborazione diretta con la famiglia Schumacher. Questo cambia molto: significa meno vincoli, ma anche meno accesso a materiali e informazioni di prima mano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra biografia e finzione: quali rischi corre un film su Michael Schumacher</h2>



<p>Raccontare Schumacher oggi significa muoversi su un terreno delicato. La parte sportiva è ampiamente documentata: i titoli mondiali, il dominio con la Ferrari, le rivalità storiche. È una materia narrativa già forte di suo.</p>



<p>Più complesso è tutto ciò che viene dopo. La gestione della sua vita privata negli ultimi anni è stata volutamente riservata. Qualsiasi tentativo di inserirla in un racconto cinematografico rischia di scivolare nella speculazione o nella semplificazione.</p>



<p>Un film di questo tipo deve trovare un equilibrio preciso: raccontare senza forzare. Non è un limite creativo, è una condizione necessaria per mantenere credibilità. Senza questo equilibrio, il rischio è quello di un prodotto che funziona solo in superficie.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando esce il film su Schumacher e dove potrebbe essere distribuito</h2>



<p>L’uscita, come detto, è prevista tra ottobre e dicembre, ma non esiste ancora una data ufficiale definitiva. Anche la distribuzione resta un punto aperto: festival, circuito locale o piattaforme streaming sono tutte opzioni possibili.</p>



<p>Molto dipenderà dalla qualità finale del prodotto. Se il film riuscirà a distinguersi, potrebbe trovare spazio anche oltre il mercato di partenza. In caso contrario, è più probabile una diffusione limitata.</p>



<p>In ogni caso, il fatto che si torni a raccontare Schumacher conferma una cosa semplice: la sua storia non si è mai fermata e continua a generare interesse anche attraverso progetti nuovi, più piccoli ma potenzialmente più liberi.</p>
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		<title>Che fine ha fatto Mena Suvari, icona di inizio millennio tra “American Beauty” e “American Pie”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 10:09:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Che fine ha fatto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che fine ha fatto Mena Suvari? Dall’exploit con American Beauty e American Pie a una vita segnata da tante difficoltà. C’è stato un momento, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, in cui il volto di Mena Suvari era un po&#8217; ovunque. Bastava uno sguardo per riconoscerla: la ragazza distesa su un ... <a title="Che fine ha fatto Mena Suvari, icona di inizio millennio tra “American Beauty” e “American Pie”" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/che-fine-ha-fatto-mena-suvari-icona-di-inizio-millennio-tra-american-beauty-e-american-pie/" aria-label="Per saperne di più su Che fine ha fatto Mena Suvari, icona di inizio millennio tra “American Beauty” e “American Pie”">Leggi tutto</a></p>
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<p><strong>Che fine ha fatto Mena Suvari? Dall’exploit con American Beauty e American Pie a una vita segnata da tante difficoltà.</strong></p>



<p>C’è stato un momento, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, in cui il volto di Mena Suvari era un po&#8217; ovunque. Bastava uno sguardo per riconoscerla: la ragazza distesa su un letto di petali rossi nel poster di <em>American Beauty</em>, oppure la studentessa ingenua e desiderata della saga di <em>American Pie</em>. Due immagini diverse, ma complementari, che hanno costruito in pochissimo tempo un’icona pop (una americanissima icona pop, a ben vedere).</p>



<p>Quel successo, però, non si è trasformato in una carriera lineare &#8211; come spesso accade a giovani e giovanissime che ottengono la notorietà da teenager o giù di lì. </p>



<p>A distanza di anni, però, la parabola di Mena Suvari racconta qualcosa di più complesso rispetto alla classica storia della star lanciata da Hollywood e poi rimasta in ombra. È una vicenda fatta di esposizione precoce, fragilità personali e tentativi – non sempre semplici – di rimettere insieme i pezzi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dall’esplosione con “American Beauty” al rischio etichetta</h2>



<p>Quando interpreta Angela Hayes in <em>American Beauty</em>, Mena Suvari ha appena 19 anni. Il film diventa subito un caso: cinque Oscar, tra cui miglior film, regia e attore protagonista. E insieme ai premi (che però non arrivano per lei ad personam) arriva anche un’immagine potentissima, quasi simbolica, che la lega per sempre a quell’opera.</p>



<p>Angela è una figura ambigua: sicura all’apparenza, fragile nella sostanza. Un equilibrio che, col senno di poi, sembra riflettere anche la condizione della stessa attrice. Da un lato la popolarità improvvisa, dall’altro una vulnerabilità che non trova spazio nel racconto pubblico.</p>



<p>Nello stesso periodo, Suvari entra nell’immaginario collettivo anche grazie a <em>American Pie</em>, una commedia generazionale che segna un’epoca (ed è protagonista anche dell&#8217;iconico video di <em>Teenage dirtbag</em> dei Wheatus, colonna sonora di Loser &#8211; altro film con la Suvari protagonista assieme a Jason Biggs, altro volto noto di American Pie). </p>



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<iframe loading="lazy" title="Wheatus - Teenage Dirtbag (Official Video)" width="1500" height="844" src="https://www.youtube.com/embed/FC3y9llDXuM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Il problema è che quel doppio successo (American Beauty + American Pie) finisce per definire troppo presto il suo profilo. Hollywood la riconosce, ma tende anche a incasellarla (come spesso accade a chi interpreta ruoli memorabili) nella figura della giovane bellezza.</p>



<p>Negli anni successivi arrivano altri lavori, ma senza lo stesso peso. Alcuni titoli – come <em>Domino</em>, <em>Factory Girl</em> o <em>Il giorno dei morti</em> – sono dimenticabili (e dimenticabili). Sul piccolo schermo (soprattutto negli anni &#8217;10) Mena ha esperienze più solide, lavora in <em>A due metri sotto terra</em> e <em>American Horror Story</em> (di nuovo questo appellativo americano che la perseguita), ma non basta a ricostruire una centralità nel mondo della produzione audiovisiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mena Suvari tra difficoltà personali e un nuovo equilibrio</h2>



<p>La parte meno visibile della sua storia emerge anni dopo, quando Mena Suvari decide di raccontarsi senza filtri nelle sue memorie, <em>The Great Peace: A Memoir</em>. Il quadro che ne esce è duro: abusi, relazioni tossiche, una progressiva erosione dell’autostima.</p>



<p>“<em>Una parte di me è morta quel giorno</em>”, scrive. E ancora: “<em>Sembravo perfetta fuori, ma dentro ero vuota</em>”. Parole che restituiscono il peso di un percorso segnato da esperienze traumatiche, spesso vissute mentre la sua immagine pubblica continuava a essere quella della ragazza perfetta.</p>



<p>In quel contesto si inseriscono anche le dipendenze, raccontate dalla stessa attrice come un tentativo di anestetizzare il dolore. Una fase lunga, complessa, che ha inciso inevitabilmente anche sulla carriera.</p>



<p>Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Dopo due divorzi, Mena Suvari (che è ancora relativamente giovane, essendo classe &#8217;79) ha trovato una maggiore stabilità accanto allo scenografo canadese Michael Hope, con cui si è sposata nel 2018 e ha avuto un figlio nell&#8217;aprile del 2021.</p>



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<p>Parallelamente, ha ripreso a lavorare con maggiore continuità, partecipando a diverse produzioni televisive e cinematografiche soprattutto a partire dal 2020: se gli anni &#8217;10 per lei sono stati gli anni del piccolo schermo, gli anni &#8217;20 sono quelli del ritorno nelle produzioni cinematografiche, con svariati ruoli (ma il ruolo forse per lei più importante è quello da protagonista nella serie fantascientifica del 2024 RZR).</p>



<p>Da segnalare infine come il suo impegno si estenda anche oltre il set: Mena Suvari è ambasciatrice di Childhelp, organizzazione che si occupa di prevenzione e supporto contro gli abusi sui minori, e dal 2017  (quando è diventata vegana) è divenuta promotrice di prodotti cosmetici e d&#8217;abbigliamento ecologici e <em>cruelty-free</em>.</p>
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		<title>Teo Mammucari, quanti scontri in diretta tv: i precedenti (anche con Mara Venier)</title>
		<link>https://www.nonsolo.tv/teo-mammucari-quanti-scontri-in-diretta-tv-i-precedenti-anche-con-mara-venier/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 20:53:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Televisione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Teo Mammucari e le polemiche in diretta tv: dalle liti con Mara Venier e Francesca Fagnani ai battibecchi con Lucarelli e Belen. Il caso esploso durante l’ultima puntata di Domenica In non dal niente. La lite in diretta con Mara Venier – culminata con quel “sei un pirla” pronunciato davanti alle telecamere – è solo ... <a title="Teo Mammucari, quanti scontri in diretta tv: i precedenti (anche con Mara Venier)" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/teo-mammucari-quanti-scontri-in-diretta-tv-i-precedenti-anche-con-mara-venier/" aria-label="Per saperne di più su Teo Mammucari, quanti scontri in diretta tv: i precedenti (anche con Mara Venier)">Leggi tutto</a></p>
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<p><strong>Teo Mammucari e le polemiche in diretta tv: dalle liti con Mara Venier e Francesca Fagnani ai battibecchi con Lucarelli e Belen.</strong></p>



<p>Il caso esploso durante l’ultima puntata di <em>Domenica In</em> non dal niente. La lite in diretta con Mara Venier – culminata con quel “sei un pirla” pronunciato davanti alle telecamere – è solo l’ultimo episodio di una lunga sequenza di tensioni televisive che hanno accompagnato la carriera di Teo Mammucari.</p>



<p>Il conduttore romano, da sempre costruito televisivamente come personaggio irriverente e imprevedibile, negli anni è stato protagonista di diversi momenti sopra le righe. Alcuni diventati virali, altri rimasti più circoscritti agli addetti ai lavori, ma tutti contribuiscono a disegnare un profilo preciso: quello di un volto televisivo capace di accendere lo studio tanto quanto il pubblico.</p>



<p>L’episodio con Mara Venier, al di là delle ricostruzioni di backstage circolate nelle ore successive alla trasmissione, si inserisce quindi in un copione già visto. Non è la prima volta che Mammucari finisce al centro di un momento di tensione in diretta.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Le tensioni con Mara Venier e gli scontri più discussi</h2>



<p>Il confronto tra Mammucari e Mara Venier non nasce certo domenica. Uno dei precedenti più noti risale a <em>Tu si que vales</em>, quando i due si trovarono insieme nello stesso programma, lui come giudice e lei nel ruolo di “giudice popolare”.</p>



<p>Durante una puntata, una battuta di Mammucari – seguita da uno scherzo sulla canzone <em>Mara non c’è</em> – fece scattare la reazione della conduttrice. Venier, visibilmente irritata, lasciò lo studio in diretta e lo mandò apertamente a quel paese. Un momento che fece parecchio rumore e che per qualche giorno monopolizzò il dibattito sui social e nei programmi di commento televisivo.</p>



<p>Quello scambio, col senno di poi, appare quasi come un precedente simbolico di ciò che si è rivisto a <em>Domenica In</em>. Anche in quel caso il nodo era lo stesso: il confine tra ironia televisiva e rispetto dei tempi emotivi di una trasmissione.</p>



<p>Il tema torna spesso quando si parla di Mammucari. Il suo stile, fatto di battute improvvise (a volte anche pesanti &#8211; ricordiamo che quello era il suo punto di forza soprattutto agli esordi) e incursioni fuori copione, può funzionare molto bene in alcuni contesti. In altri rischia di creare frizioni, soprattutto quando entra in collisione con momenti più istituzionali o personali del programma.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da Belve a Ballando: le altre polemiche televisive</h2>



<p>Uno degli episodi più discussi degli ultimi anni resta l’intervista a <em>Belve</em>. Durante il confronto con Francesca Fagnani, Mammucari mostrò crescente irritazione davanti ad alcune domande della conduttrice.</p>



<p>La tensione salì progressivamente fino alla decisione di lasciare lo studio in anticipo. Con il microfono ancora aperto si sentì un chiaro “vaffa”, episodio che fece immediatamente il giro dei social e dei siti di informazione televisiva. Lo stesso Mammucari, nel momento di uscire, dichiarò che per lui sarebbe stata “l’ultima volta”.</p>



<p>Non è stato l’unico contesto televisivo segnato da attriti. A <em>Ballando con le stelle</em> il conduttore è stato spesso protagonista di diverbi con la giuria e in particolare con Selvaggia Lucarelli, tra commenti pungenti e repliche altrettanto dirette. Anche lì il tono acceso faceva parte dello spettacolo, ma più di una volta ha superato la semplice dinamica televisiva trasformandosi in polemica.</p>



<p>Nel corso della carriera non sono mancati momenti simili anche all’interno dei programmi da lui condotti o frequentati come ospite. In passato ci sono stati battibecchi con colleghi e ospiti – tra cui Belen Rodríguez – nati spesso da battute percepite come troppo taglienti.</p>



<p>Esistono poi anche episodi rimasti fuori dalle telecamere, come le tensioni raccontate negli anni attorno alla sua esperienza a <em>Le Iene</em>, dove diverse ricostruzioni parlarono di attriti con Davide Parenti. Versioni mai completamente chiarite ma che hanno alimentato la percezione di un rapporto complicato con alcuni contesti televisivi.</p>



<p>Il quadro complessivo è quello di un personaggio che vive la televisione senza filtri. Per alcuni è la sua forza, per altri il limite. In ogni caso, ogni volta che Mammucari entra in studio c’è una certezza: difficilmente passerà inosservato.</p>
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		<title>Valentina Liguori, chi è la presunta nuova fiamma di Checco Zalone: l’ex moglie di Gianluca Zambrotta tra privacy e gossip</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 11:34:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vita privata di Checco Zalone torna sotto i riflettori, ma questa volta senza clamore eccessivo (non che in precedenza il clamore fosse all&#8217;ordine del giorno, in realtà). Si parla di una nuova fiamma per il mattatore del cinema italiano e il nome che circola è quello di Valentina Liguori, figura già nota al mondo ... <a title="Valentina Liguori, chi è la presunta nuova fiamma di Checco Zalone: l’ex moglie di Gianluca Zambrotta tra privacy e gossip" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/valentina-liguori-chi-e-la-presunta-nuova-fiamma-di-checco-zalone-lex-moglie-di-gianluca-zambrotta-tra-privacy-e-gossip/" aria-label="Per saperne di più su Valentina Liguori, chi è la presunta nuova fiamma di Checco Zalone: l’ex moglie di Gianluca Zambrotta tra privacy e gossip">Leggi tutto</a></p>
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<p>La vita privata di Checco Zalone torna sotto i riflettori, ma questa volta senza clamore eccessivo (non che in precedenza il clamore fosse all&#8217;ordine del giorno, in realtà). Si parla di una nuova fiamma per il mattatore del cinema italiano e il nome che circola è quello di Valentina Liguori, figura già nota al mondo del gossip (sportivo) per il suo passato con Gianluca Zambrotta, ex difensore di Juventus, Milan e della Nazionale italiana.</p>



<p>Non ci sono conferme ufficiali. Solo racconti di un weekend romano, passeggiate lontano dai flash e la sensazione che qualcosa stia effettivamente nascendo. A lanciare l’indiscrezione è stato il giornalista Gabriele Parpiglia, parlando di un sentimento vissuto lontano dagli occhi di tutti. Il resto lo fa il silenzio dei diretti interessati (potrebbe essere solo silenzio, potrebbe significare qualcosa di più).</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’avvistamento a Roma e la scelta della riservatezza</h2>



<p>Secondo quanto riportato da diverse testate, Zalone – al secolo Luca Medici – e Valentina Liguori sarebbero stati visti insieme a Roma. Nessuna foto plateale, nessuna esposizione social. Anzi. Il profilo Instagram di lei è chiuso (sebbene i follower siano oltre 29k): una scelta coerente con un atteggiamento che, negli ultimi anni, sembra essere diventato la cifra della sua vita pubblica.</p>



<p>Zalone, del resto, ha sempre gestito la propria sfera privata con attenzione. <strong>Dopo la fine della relazione con Mariangela Eboli, ufficializzata nel 2024 dopo una lunga unione (anche professionale) </strong>e due figlie – Gaia e Greta – il comico pugliese è rimasto single per diversi mesi. Si era parlato anche di un presunto flirt con Virginia Raffaele, ipotesi sulla quale lo stesso attore aveva ironizzato in un’intervista, chiudendo di fatto ogni speculazione.</p>



<p>Ora, invece, il nome è un altro. Stavolta però nessuna battuta a mo&#8217; di smentita.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi è Valentina Liguori</h2>



<p>Valentina Liguori è originaria di Napoli ed è stata per anni una presenza costante nel panorama del gossip calcistico italiano. Ex modella, si è fatta conoscere al grande pubblico durante la lunga relazione con Gianluca Zambrotta, campione del mondo 2006.</p>



<p>I due si erano conosciuti alla fine degli anni Novanta e, dopo una storia importante, erano arrivati al matrimonio. Nel 2012 è nato il figlio Riccardo. La separazione legale è arrivata nel 2024, descritta da più fonti come consensuale e gestita nel rispetto reciproco, soprattutto per il bene del figlio.</p>



<p>Per anni Liguori è stata una delle “wags” più fotografate, protagonista di servizi e copertine, spesso raccontata come una delle presenze più appariscenti accanto ai calciatori di Serie A (e basta vedere le sue &#8211; poche &#8211; foto presenti online per capire perché). </p>



<p>Dopo la fine del matrimonio, Valentina è rimasta a vivere tra Como e Roma, mantenendo un profilo molto più defilato rispetto al passato.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Dal mondo delle wags alla vita lontana dai riflettori</h3>



<p>Ed è forse proprio questo il punto più interessante della vicenda. Per anni Valentina Liguori è stata associata a un’immagine pubblica molto esposta, quasi inevitabile accanto a un campione come Zambrotta. Oggi, invece, la narrazione è opposta: privacy, famiglia, nessuna sovraesposizione.</p>



<p>Anche il presunto legame con Checco Zalone viene raccontato nello stesso modo: incontri lontani dai riflettori, nessuna dichiarazione, nessuna conferma. Solo un avvistamento e qualche indiscrezione.</p>



<p>Se la relazione verrà ufficializzata, lo dirà il tempo. Per ora resta il contrasto a colpire: da WAG a presenza silenziosa accanto a uno degli attori più riservati del panorama cinematografico (nonostante sia una delle più grandi celebrità del Paese).</p>
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		<title>Comunicare è diventato sempre più difficile, un libro ci aiuta a uscire da dinamiche di disagio pericolose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[NonSolo.Tv]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 21:07:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come trattare gli altri e costruire relazioni di valore, sembra un dictat ma in realtà è semplicemente un libro che insegna qualcosa di importante in una società che viaggia sempre troppo velocemente. L&#8217;autore è Dale Carnegie, noto formatore statunitense vissuto tra la fine dell&#8217;Ottocento e la prima metà del Novecento. Santelli Editore esce con un ... <a title="Comunicare è diventato sempre più difficile, un libro ci aiuta a uscire da dinamiche di disagio pericolose" class="read-more" href="https://www.nonsolo.tv/comunicare-e-diventato-sempre-piu-difficile-un-libro-ci-aiuta-a-uscire-da-dinamiche-di-disagio-pericolose/" aria-label="Per saperne di più su Comunicare è diventato sempre più difficile, un libro ci aiuta a uscire da dinamiche di disagio pericolose">Leggi tutto</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come trattare gli altri e costruire relazioni di valore,</strong> sembra un dictat ma in realtà è semplicemente un libro che insegna qualcosa di importante in una società che viaggia sempre troppo velocemente. L&#8217;autore è <strong>Dale Carnegie</strong>, noto formatore statunitense vissuto tra la fine dell&#8217;Ottocento e la prima metà del Novecento.</p>
<p>Santelli Editore esce con un libro cult per la collana Traiettorie e con traduzione italiana a cura di Maria Luisa Caputo.</p>
<p><strong>Un libro sulla comunicazione quanto più attuale in una società come la nostra</strong> dove i social network hanno portato al totale isolamento dei giovani, sempre più chiusi dietro uno schermo in conversazioni con persone che non conoscono realmente e impacciati nelle difficoltà di gestione dei rapporti nel mondo reale.</p>
<p>Grazie a una scrittura leggera e non troppo accademica troviamo delle riflessioni molto interessanti legate a delle soluzioni rispetto a situazioni complesse da gestire. Arriveranno risposte a domande molto delicate come per esempio <em>&#8220;Perché alcune persone riescono a farsi ascoltare, stimare e seguire con naturalezza mentre altre faticano a costruire rapporti identici?&#8221;. </em></p>
<p>Grazie all&#8217;intelligente gestione di un lessico adatto a tutti e molto snello, <strong>l&#8217;autore riesce a svelare quelli che sono i principi fondamentali delle relazioni umane</strong> con delle regole semplici che permettono di superare i conflitti e dunque andare a creare dei legami che siano basati soprattutto sulla fiducia e sul rispetto reciproco. Quello che colpisce poi sono esempi concreti di vita reale che si potranno applicare e vi faranno risultare più completi come persone, migliorando il vostro approccio, anche se non siete più giovanissimi, col prossimo in qualsiasi contesto vorrete.</p>
<h2>Chi è Dale Carnegie?</h2>
<p><strong>Dale Carnegie è un personaggio davvero di spessore internazionale</strong>, vissuto tra il 1888 e il 1955 si è preso l&#8217;appellativo di formatore nel campo dello sviluppo personale e delle relazioni umane. L&#8217;ha fatto prima negli Stati Uniti d&#8217;America, dove è nato, per arrivare poi a tutto il mondo fino a influenzare la comunicazione anche di paesi come il nostro.</p>
<p>Il libro &#8220;<strong><em>Come trattare gli altri e costruire relazioni di valore</em></strong>&#8220;, riedito da Santelli, è il suo scritto più celebre che fu pubblicato nel 1936 e che ha venduto oltre 30 milioni di copie in tutto il mondo. Nonostante siano passati novant&#8217;anni dalla sua uscita il libro risulta ancora oggi attuale e si muove su binari che riescono a farci uscire da situazioni di difficoltà emotive non indifferenti.</p>
<p>Tra gli altri libri scritti dall&#8217;autore non possiamo non considerare anche una nota e apprezzatissima biografia di Abraham Lincoln tradotta in tutto il mondo e punto di riferimento per approfondimenti storici di ogni tipo.</p>
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